Goldman Sachs: il 33esimo grado dell’Unione Europea


Federico Dezzani: “Quel filo che unisce i terroristi del 13/11 ai servizi segreti francesi È stata una settimana di ordinaria follia per la Francia e l’Europa quella che ha seguito gli attentati del 13/11: se non si ha più nessuna remora nell’attuare lo stragismo di Stato, a maggior ragione si perde qualsiasi freno inibitore nell’annunciare reali o potenziali minacce, pur di alimentare il clima… ”

Facciamo un passo indietro per comprendere dove siamo. Vi propongo questa analisi retrospettiva di  Federico Dezzani:

“La Grecia non avrebbe mai dovuto entrare nell’euro” tuonava nell’agosto del 2013 la cancelliera Angela Merkel nel pieno della campagna elettorale per il rinnovo del Bundestag. Quindi rincarava la dose attaccando gli sfidanti social-democratici: “la crisi greca colpa di Gerhard Schroeder, che ha guidato la Germania dal 1998 al 2005, quando Atene entrò nell’euro1.” C’è della verità nelle parole della cancelliera tedesca?

Possiamo considerare corretta la prima affermazione e semplice propaganda elettorale la seconda. La Grecia, afflitta da un’economia poco competitiva e già altamente indebitata prima dell’ingresso nell’eurozona (debito pubblico/PIL al 109% nel 20022, rispetto al 60% previsto dal trattato di Maastricht) non avrebbe mai dovuto entrare nella moneta unica se questa fosse stata concepita secondo fredda razionalità. Come riconobbe però Milton Friedman, l’euro non è stato forgiato su solide basi economiche, bensì fu il frutto di un’impostazione non realistica, di una spinta elitaria di chi voleva usare la moneta unica per arrivare all’unione politica3. L’ambizione dell’establishment euro-atlantico era infatti iniziare con un semplice regime a cambi-fissi (l’euro) che, accumulati i fisiologici disequilibri (bilance commerciali in forte passivo/attivo) sarebbe entrato in crisi, necessitando della successiva unione fiscale per sopravvivere. Ne sarebbero quindi nati gli Stati Uniti d’Europa, sognati e perseguiti dalla massoneria speculativa fin dall’Ottocento4.

La Grecia quindi, con o senza l’assenso di Gerhard Schroeder, avrebbe varcato comunque le porte dell’eurozona, per semplici motivi politici: in quanto membro della NATO ed importante presidio per i Balcani ed il Mare Egeo, ma anche perché la debolezza delle sue finanze, nota a tutte le istituzioni europee, tornava paradossalmente utile. Le periclitanti finanze elleniche avrebbero rappresentato la miccia con cui innescare l’eurocrisi di cui che, negli ambienti finanziari angloamericani, si ignorava solo “quando” sarebbe scoppiata e non “se” sarebbe scoppiata. Fu il declassamento del debito greco da A ad A- operato da S&P nel gennaio del 20095 (a tre mesi dalla bancarotta di Lehman Bothers) ad avviare la pluriennale stagione dell’euro-terrore.

Chi aiutò quindi la Grecia ad entrare nell’eurozona nel 2002 benché non ne avesse i requisiti? E da quale istituto bancario sarebbero emersi gli uomini che dieci anni dopo avrebbero gestito la crisi del debito europeo? Parlare di Grecia e di euro, significa parlare di Goldman Sachs, il moderno tempio della finanza mondialista.

1986: la super-loggia Goldman Sachs sbarca in Europa mentre l’euro è in gestazione

L’anno 1986 è una tappa cruciale per lo sviluppo dell’Europa come la conosciamo oggi, dominata dagli interessi delle élite finanziarie angloamericane. Quando si parla di Europa, il Regno Unito merita come sempre un discorso a parte in quanto da un lato, ospita la City che insieme a Wall Street è il centro nevralgico dal sinarchismo, dall’altro lato è storicamente refrattario a qualsiasi integrazione continentale cui ha sempre preferito una politica dell’equilibrio.

Nel febbraio del 1986, sotto la commissione europea presieduta da Jacques Delors, è firmato l’Atto Unico Europeo con cui sono apportate le prime significative modifiche al Trattato di Roma del 1957 e si sferra un primo blitz per l’introduzione coatta dell’unione monetaria. Ad opporsi ad una riforma dei trattati che fosse propedeutica all’adozione della moneta unica sono la Danimarca e la Gran Bretagna, guidata dalla lady di ferro Margaret Thatcher6.

Il Regno Unito era entrato nel mercato comune europeo nel 1973, su iniziativa del premier conservatore Edward Heat: a condurre le trattative con le controparti continentali era stato in particolare il suo braccio destro, Geoffrey Rippon, presidente del pensatoio European-Atlantic Group, organismo che si prefiggeva come obbiettivo lo sviluppo di sinergie tra le nascenti istituzioni europee e la NATO.

Pur condividendo con Edward Heat l’appartenenza all’area conservatrice, la figlia del droghiere Margaret Thatcher incarnava lo spirito nazional-popolare del Regno Unito, scontrandosi quindi frontalmente con gli interessi dell’establishment euro-atlantico rappresentati in patria dalla Chatham House, emanazione a sua volta della società segreta Round Table. Intuendo che la moneta unica e l’istituzione della Banca Centrale Europea erano due strumenti per svuotare i Parlamenti nazionali ed introdurre subdolamente il federalismo del Continente, la Thatcher lancia i suoi strali contro il nascituro euro finché occupa Downing Street .

La sua strenua opposizione all’unione monetaria sul continente le attira l’ostilità di potenti gruppi di interesse e compromette irreparabilmente la sua carriera politica: nel novembre del 1990 il vice-primo ministro Sir Geoffrey Howe, convito sostenitore dell’alleanza con gli Stati Uniti e di fede europeista, presenta le sue dimissioni dal governo motivandole con l’avversione della Thatcher alla moneta unica. Il governo della lady di ferro non regge il colpo, la Thatcher cade, ed a introdurre il Trattato di Maastricht nella legislazione britannica è, nonostante la strenua opposizione dei parlamentari fedeli alla lady di ferro, il successore John Major.

Prima di lasciare il governo nel 1990, però, sia Margaret Thatcher che il suo fido aiutante Geoffrey Howe introducono una riforma destinata a cambiare per sempre sia le sorti dell’economia britannica che della futura Unione Europea: è sempre nel fatidico 1986 che è avviata la radicale deregolamentazione del sistema finanziario inglese passata alla storia come “Big Bang”, tredici anni in anticipo rispetto all’abolizione della legge bancaria americana Glass-Steagall Act, che obbliga la separazione tra banche commerciali e banche d’affari.

In che ambienti nasce l’idea di deregolamentare il London Stock Exchange e di aprire alla scalabilità delle antiche banchi inglesi da parte dei grandi trust finanziari americani? Chi pone le basi per l’americanizzazione della City? Tra i consiglieri di Margaret Thatcher è d’obbligo annoverare a questo proposito Victor Rothschild, consigliere privato della lady di ferro, e l’associazione ultra-liberista Mont Pèlerin9. Nel pensatoio incaricato di diffondere in tutto il mondo il credo liberista, su cui poggia l’intera costruzione europea, siedono non a caso alcuni dei maggiori sostenitori dell’Europa federale: dall’italiano Luigi Einaudi all’americano Walter Lippmann, eminente figura anche della società segreta Round Table.

L’americanizzazione della City e della nascente Unione Europea è avviata: alle tradizionali famiglie della finanza inglese, i Rothschild, i Lazard ed i Montagu (tutti affiliati al Round Table che a cascata controlla il Council on Foreign Relations, Chatham House, Bilderberg e commissione Trilateral), si affiancano i grandi trust americani: Salomon Brothers, Morgan Stanley, Merrill Lynch, JPMorgan, Lehman Brothers e, ovviamente, Goldman Sachs.

La banca d’investimento americana, fondata nel lontano 1869, è proprio negli anni ’80 del secolo scorso che fa il salto di qualità, assumendo il ruolo di guida della finanza euro-atlantica che nell’Ottocento era stato dei Rothschild e nel Novecento dei Morgan: nel 1981, prevedendo l’imminente deregolamentazione dei mercati, acquisisce la J. Aron & Company con cui entra nella speculazione delle materie prime. L’incorporazione della J. Aron comporta l’ingresso in Goldman Sachs di Lloyd Blankfein, attuale amministratore delegato. Specializzandosi nel mercato dei derivati, la banca raggiunge livelli record di profitti e nel 1999 arriva la quotazione a Wall Street.

Imitando il modus operandi dei Rothschild e dei Morgan di cui Goldman Sachs si professa erede (“faccio il lavoro di Dio” sostiene Lloyd Blankfein10), la banca d’affari coopta gli alti funzionari della cosa pubblica (niente è profittevole come la gestione delle privatizzazioni ed il mercato delle obbligazioni statali) e piazza i propri uomini ai vertici delle banche centrali (nessun potere è equiparabile alla creazione/distruzione alla moneta).

Limitando l’osservazione alla sola Europa, è impressionante la pervasività della rete Goldman Sachs che penetra ovunque, inglobando politici e alti funzionari ed assicurandosi che, una volta fagocitati, raggiungano i vertici della piramide: Mario Draghi, governatore della BCE; Mark Carney, governatore della Bank of England; Otmar Issing, membro della BUBA, della BCE e padre dell’euro; Peter Sutherland, commissario europeo e presidente dell’Organizzazione Mondiale del Commercio; António Borges, scelto nel 2010 come capo del dipartimento europeo del FMI; Mario Monti, Romano Prodi, Gianni Letta, Massimo Tononi ed il greco Lucas Papademos.

La finanza moderna (la Banca d’Inghilterra nasce nel 1694) e la massoneria di rito scozzese antico ed accettato crescono e si affermano insieme nella Gran Bretagna del Settecento: da allora la seconda è sempre stata uno strumento in mano alla prima, che la impiega per realizzare i propri obbiettivi finanziari e politici (da ultimo la federazione dell’Europa). Non c’è alcun dubbio che Goldman Sachs si avvalga dei più alti gradi della massoneria per costruire la sua rete ed assicurare l’avanzamento dei propri uomini. Tre in particolare sono la caratteristiche evidenti che la banca d’affari condivide con la massoneria: la segretezza (nessun politico ha mai parlato della propria mansione all’interno della banca), l’iniziazione (solo i più alti gradi, come Mario Draghi che salì sul panfilo Britannia già nel 1992, accedono alla conoscenza e quindi al potere) e la cooptazione (i posti chiave sono occupati da figure selezionate dai gradi superiori).

La Grecia nella rete di Goldman Sachs

Nel 2001 fervono i preparativi per l’introduzione dell’agognata moneta unica, per cui il sinarchismo (Round Table, CFR, Bilderberg, Club di Roma, etc.) si è prodigato in tutti i modi dal 1945. I parametri per accedere all’eurozona sono quelli fissati dal trattato di Maastricht (debito pubblico/PIL al 60%, deficit al 3%, moderata inflazione, etc.); le condizioni finanziarie dei singoli paesi passano però in secondo piano rispetto alla necessità di portare a compimento l’unione monetaria a qualsiasi costo e di farvi aderire il massimo numero di paesi già aderenti alla NATO. L’ufficio statistico dell’Unione Europea, Eurostat, chiude quindi un occhio e si stabilisce che fino al 2008 possano essere omessi nei bilanci statali i contratti di “swap” con cui i governi nazionali, assistiti dalle banche internazionali americane ed inglesi, occultano parte del debito pubblico, comprando derivati che negli anni successivi avrebbero comportato enormi perdite.

La Grecia rappresentava già allora un paese poco competitivo ed altamente indebitato, che non avrebbe  potuto per nessun motivo adottare l’euro: l’establishment euro-atlantico decide diversamente perché Atene è membro della NATO, è un presidio dell’Egeo e dei Balcani e costituisce la miccia perfetta dell’euro-crisi, già preventivata.

Nel 2001 l‘agenzia statale greca che gestisce il debito pubblico si rivolge a Goldman Sachs per celare 2,8 mld di euro di debito pubblico (solo il 2% dell’ammontare di allora): l’operazione di swap consente ad Atene di rispettare i parametri concordati ed accedere all’euro nel 2002, rivelandosi però subito un salasso per le finanze pubbliche. Negli anni successivi le perdite totali a carico del contribuente ammontano a 5,1 mld11, dopo una primo disastroso tentativo di rinegoziazione il contratto.

Bisogna aspettare fino al marzo del 2012, nel pieno della tempesta causata dalla prima ristrutturazione del debito pubblico, perché due alti funzionari dell’agenzia greca del debito pubblico scelgano, con un tempismo un po’ sospetto, di confessare a Bloomberg l’esistenza del contratto swap mai dichiarato ad Eurostat. Perché rivelare allora l’esistenza di questo abbellimento finanziario, del tutto innocuo rispetto alla mole del debito greco? Per alimentare il panico sui mercati e contribuire al crollo delle piazze finanziarie che toccano i minimi nel giugno successivo.

Ci sarà qualche conseguenza per Goldman Sachs? Nessuna. Anzi, già nel 2002 la banca d’affari americana coopta il personale che di lì a dieci anni gestirà la crisi dell’euro e delle finanze greche: nel gennaio del 2002 Mario Draghi assume la carica di vice presidente di Goldman Sachs Europa, sedia che occuperà fino alla nomina di governatore di Banca d’Italia (2005) e poi di governatore della BCE nell’autunno del 2011. Sempre in quel fatidico autunno, quando il premier greco George Papandreou minaccia di lasciare l’euro a fronte delle misure d’austerità imposte dalla UE, l’ex-governatore della Banca Centrale greca ai tempi dello swap con Goldman Sachs, Lucas Papademos, è scomodato dalla sua carica di vice-presidente della BCE affinché prenda il posto del riottoso Papandreou (ricattato con la lista Falciani che annovera centomila presunti presunti possessori di conti non dichiarati in Svizzera).

Goldman Sachs, in una prima fase, pone le basi per la crisi greca quindi, conoscendo il vero stato di salute delle finanze elleniche, sferra l’attacco contro la borsa di Atene ed i suoi titoli di stato, impiegando derivati-killer come i credit default swap13, presentati dai media compiacenti come il termometro che misura le probabilità che gli Stati vadano in bancarotta. Scatenata l’euro-crisi, infine, i suoi uomini tirano i fili secondo le indicazioni ricevute.

Se Goldman Sachs chiude quindi il 2012, annus horribilis dello spread alle stelle e delle borse europee a picco, con utile di 7,5 mld$, il 70% in più del 201114, i suoi azionisti devono ringraziare non tanto gli operatori di borsa per la loro bravura, ma i vertici della banca per la loro capacità di infiltrare le massime cariche pubbliche europee.

Sottolineiamo ancora una volta come né Goldman Sachs né le altre banche angloamericane abbiano mai attentato alla vita dell’euro: il loro compito era solo generare panico, taglieggiare i governi, rapinare il risparmio dei cittadini europei e spingere le cancellerie europee verso gli Stati Uniti d’Europa. In questi ultimi mesi di agonia dell’eurozona, sia George Soros che Lloyd Blankfein si sono spesi pubblicamente in difesa della moneta unica. E come dare loro torto? Prima delle separazione Tesoro-Banca d’Italia del 1981, l’Italia era un paese prospero, dalla manifattura fiorente e senza debito pubblico. Oggi, a distanza di tredici anni dall’introduzione dell’euro, sediamo su 2100 mdl di debito continuamente rinnovati, versiamo alle banche 80 mld annui di interessi e la maggior parte delle nostre grandi industrie è finita in mano a fondi o investitori stranieri.

Se foste una banca, l’euro sarebbe manna dal cielo.

 

L’Italia e la bomba derivati

 

L‘articolo di Bloomberg sui contratti swap greci contiene un passaggio interessante:

“Under Eurostat accounting rules, nations were permitted until 2008 to use so-called off-market rates in swaps to manage their debt. Greek officials, including Sardelis, say they learned that other EU countries such as Italy had employed similar methods to shrink their debts, taking advantage of the secrecy of over-the-counter derivatives compared with swaps traded on exchanges.”

I funzionari greci si sentono giustificati dall’impiegare i contratti swap per occultare il debito perché anche altri paesi della UE, come l’Italia, usano simili trucchi che si avvalgono delle zone d’ombra concesse da Eurostat: secondo Giulio Tremonti il ricorso del governo italiano ai derivati è noto sia ai governi che alle istituzione europee che, anzi, lucrano su questa nostro peccato originale per imporci un cambio euro/lira penalizzante15.

Fino a quando le condizioni macroeconomiche erano favorevoli e l’impianto dell’euro apparentemente solido, nessuno si è mai interrogato sull’esistenza e sull’ammontare di questi contratti stipulati con le banche d’affari angloamericane negli anni cruciali antecedenti all’adozione dell’euro. Lo smantellamento e la privatizzazione dell’industria statale, il prelievo forzoso del sei per mille sui conti correnti varato dal governo Amato nel luglio del 1992 e l’eurotassa da 4.300 mld di lire approvata dal governo Prodi nel dicembre 1996, non sarebbero stati infatti sufficienti di per sé a fare scendere il rapporto deficit/PIL italiano sotto il 3%. Qualcuno ben introdotto nel mondo anglosassone ha chiamato quindi le banche d’affari e a guidarle nei meandri dei palazzi romani è, l’onnipresente e onnipotente, Mario Draghi, in qualità di Direttore Generale del Tesoro.

Man mano che le finanze pubbliche italiane sono peggiorate, un po’ alla volta anche l’opinione pubblica è stata informata dell’esistenza dei derivati stipulati dallo Stato: il primo campanello d’allarme è suonato nel gennaio del 2012 quando il governo di Mario Monti versa a Morgan Stanley 2,5 mld di euro per estinguere un contratto di derivati in forte perdita. Un secondo allarme è lanciato nel giugno del 2013 dal Financial Times17: l’Italia rischia una perdita 8 mld sui derivati ristrutturati l’anno precedente all’apice dell’euro-crisi, il presunto valore nozionale delle operazioni è di 31 mld, la situazione al Tesoro è però molto confusa e poche persone al ministero conoscono la materia. Mario Draghi, secondo il FT, deve appositamente richiamare in servizio Vincenzo La Via, che lavorò al Tesoro dal 1994 al 2000 in concomitanza alla stipulazione dei contratti swap.

Nel novembre del 2014, un mese prima che l’agenzia di rating S&P declassi il debito pubblico a BBB-, ecco l’ennesimo sintomo che la situazione derivati si sta incancrenendo. L’articolo 33 della legge di Stabilità recita infatti18:

“Il Tesoro è autorizzato a stipulare accordi di garanzia bilaterale in relazione alle operazioni in strumenti derivati. La garanzia è costituita da titoli di Stato di paesi dell’area euro denominati in euro oppure da disponibilità liquide gestite attraverso movimentazioni di conti di tesoreria o di altri conti appositamente istituiti”.

Le banche d’affari dubitano della nostra capacità di onorare gli impegni, e da buoni strozzini, chiedono che siano accantonate garanzie reali: liquidità o titoli di stato denominati in euro (quindi anche e forse soprattutto buoni del tesoro diversi da quelli italiani).

A inizio febbraio, infine, il capo della direzione Debito del Ministero dell’Economia, Maria Cannata, riferisce alla commissione finanze della Camera che i derivati in possesso del Tesoro ammontano a fine 2014 all’astronomica somma di 163 mld di euro e, stando alle condizioni di mercato, comportano una perdita potenziale per 37 mld19.

All’apice dell’euro-crisi il Tesoro ha ristrutturato i derivati in essere credendo che i tassi d’interesse pagati dallo Stato sarebbero cresciuti nel tempo. Si è impegnato con le banche d’affari (le stesse che seminavano il panico sui mercati vendendo a piene mani i Btp e manipolando i Cds) a pagare un tasso fisso ritenuto conveniente, rispetto ad uno variabile che si prevedeva in costante aumento. Ora che lo spread è ai minimi storici, il Tesoro è gravato da enormi perdite potenziali sui derivati perché i Btp decennali di nuova emissione rendono l’1,5%, mentre le banche d’affari reclamano tassi nell’ordine del 4-5%.

Ecco perché le banche d’affari hanno imposto la stipulazione di accordi di garanzia bilaterale: da sagaci esattori si assicurano che lo sciagurato debitore paghi fino alla tomba, sotto l’occhio vigile del Venerabile Maestro Mario Draghi.

Scritto il febbraio 26, 2015

 

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