UOMINI E NO

UOMINI E NO

Uomini e no è un romanzo di Elio Vittorini scritto tra la primavera e l’autunno del 1944, in un periodo ancora completamente coinvolto nelle vicende descritte, ma pubblicato solo nel giugno 1945. Questo è probabilmente il primo romanzo della resistenza.

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Il problema è che non sentiamo parole. Parole che siano “pensiero”, nobile come può esserlo ciò che è giusto, e giusto come può esserlo ciò che tiene conto, sopra ad ogni cosa, delle aspirazioni umane immutabili e del benessere dei propri simili.

E, invece, udiamo solo parole che altro non sono che squallide eco di pensieri imposti da tessitori dal volto sconosciuto; parole di “padroni” che sono, a loro volta, schiavi guidati dall’ignobile e dal meschino, servili, fino al fanatismo, nei confronti degli oscuri “tessitori”.

E guidati così dalla vanità e dall’avidità personali, senza timore alcuno di contraddire la coscienza e, ancor più, la verità..

Non ci sono uomini, ci sono solo contabili votati al conformismo di un potere ottuso, come poche volte nella storia umana.

E non avremo speranza finché non udremo le “parole” che esprimano il pensiero di chi sente, vede e intuisce, e studia, sapendo che deve servire gli altri esseri umani per il benessere comune. Parole di “uomini”.

Questo silenzio è assordante e avvilente. Un ossimoro grigio: il silenzio delle parole degli “uomini”, sostituito dal fragoroso sbraitare delle disumane marionette senza coscienza.

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Vi riporto queste parole di John Maynard Keynes, tratte da un più ampio brano del 1933 (che molti conosceranno), perchè sono un esempio di quello che intendo. Notate come nello stigmatizzare la follia del suo tempo, si trovasse a confutare esattamente i luoghi comuni, le parole d’ordine dei “padroni-schiavi” degli oscuri tessitori, sempre gli stessi a quel tempo, e che oggi sono di nuovo al potere:

“…C’è un’altra spiegazione, io credo, di questo nuovo orientamento delle nostre menti. Il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente dei risultati finanziari, quale segno della opportunità di una azione qualsiasi, di iniziativa privata o collettiva. Tutta la condotta della vita era stata ridotta a una specie di parodia dell’incubo di un contabile.

Invece di usare le loro moltiplicate riserve materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini dell’ottocento costruirono dei sobborghi di catapecchie; ed erano d’opinione che fosse giusto ed opportuno di costruire delle catapecchie perché le catapecchie, alla prova dell’iniziativa privata, «rendevano», mentre la città delle meraviglie, pensavano, sarebbe stata una folle stravaganza che, per esprimerci nell’idioma imbecille della moda finanziaria, avrebbe «ipotecato il futuro», sebbene non si riesca a vedere, a meno che non si abbia la mente obnubilata da false analogie tratte da una inapplicabile contabilità, come la costruzione oggi di opere grandiose e magnifiche possa impoverire il futuro.

Ancor oggi io spendo il mio tempo, – in parte vanamente, ma in parte anche, lo devo ammettere, con qualche successo, a convincere i miei compatrioti che la nazione nel suo insieme sarebbe senza dubbio più ricca se gli uomini e le macchine disoccupate fossero adoperate per costruire le case di cui si ha tanto bisogno, che non se essi sono mantenuti nell’ozio.

Ma le menti di questa generazione sono così offuscate da calcoli sofisticati, che esse diffidano di conclusioni che dovrebbero essere ovvie, e questo ancora per la cieca fiducia che hanno in un sistema di contabilità finanziaria che mette in dubbio se un’operazione del genere «renderebbe».

Noi dobbiamo restare poveri perché essere ricchi non « rende ». Noi dobbiamo vivere in tuguri, non perché non possiamo costruire dei palazzi, ma perché non ce li possiamo «permettere».

La stessa norma, tratta da un calcolo finanziario suicida, regola ogni passo della vita. Noi distruggiamo le bellezze della campagna perché gli splendori della natura, accessibili a tutti, non hanno valore economico. Noi siamo capaci di chiudere la porta in faccia al sole e alle stelle, perché non pagano dividendo. Londra è una dellecittà più ricche che ricordi la storia della civiltà, ma non si può «permettere» i massimi livelli di civiltà di cui sono capaci i suoi cittadini, perché non «rendono».

Se io oggi avessi il potere, mi metterei decisamente a dotare le nostre capitali di tutte le raffinatezze dell’arte e della civiltà, ognuna della più alta e perfetta qualità, di cui fossero individualmente capaci i cittadini, nella persuasione che potrei permettermi tutto quello che potessi creare, – e nella fiducia che il denaro così speso non solo sarebbe preferibile ad ogni sussidio di disoccupazione, ma renderebbe i sussidi di disoccupazione superflui.

Con quello che abbiamo speso in Inghilterra, dalla guerra in poi, in sussidi di disoccupazione, avremmo potuto fare delle nostre città, i maggiori monumenti dell’opera dell’uomo.

O anche, per fare un altro esempio, sino a poco tempo fa, abbiamo considerato come un dovere morale di rovinare i lavoratori della terra e di distruggere le secolari tradizioni collegate all’agricoltura, solo che potessimo ottenere un filo di pane mezzo centesimo più a buon mercato. Non c’era più niente che non fosse nostro dovere di sacrificare a quest’idolo, Moloch e Mammone insieme; perché noi fiduciosamente credevamo che l’adorazione di questi mostri avrebbe vinto i mali della povertà e condotto la prossima generazione, sicuramente e comodamente, in sella agli interessi intrecciati, verso la pace economica.

Oggi noi soffriamo una delusione, non perché siamo più poveri di quello che eravamo, – al contrario, anche oggi, in Inghilterra almeno, noi godiamo di un tenore di vita più elevato che in ogni altra epoca, – ma perché ci pare che altri valori siano stati sacrificati e perché ci sembra che siano stati sacrificati senza necessità. Infatti, il nostro sistema economico non ci permette davvero  di sfruttare al massimo le possibilità di ricchezza economica offerteci dai progressi della tecnica, resta anzi ben lontano da questo ideale, e ci fa sentire come se avessimo potuto benissimo usare tutto il margine disponibile in tanti altri modi più soddisfacenti.

Ma, una volta che ci siamo permessi di disubbidire al criterio dell’utile contabile, noi abbiamo cominciato a cambiare la nostra civiltà. E noi dobbiamo farlo molto prudentemente, cautamente e coscientemente (si riferisce alla Russia stalinista di cui parla in altra parte dello stesso scritto, ndr.).

Perché c’è un ampio campo dell’attività umana in cui sarà bene che conserviamo i consueti criteri pecuniari. È lo Stato, piuttosto che l’individuo, che bisogna cambi i suoi criteri. È la concezione del Ministro delle Finanze, come del Presidente di una specie di società anonima, che deve essere respinta.

Ora, se le funzioni e gli scopi dello Stato devono essere di tanto allargati, le decisioni riguardo a ciò che, parlando grossolanamente, dovrà essere prodotto nel paese e ciò che dovrà essere ottenuto in cambio dall’estero, dovranno essere tra le più importanti della politica.

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E vi riporto le parole di un imperatore romano, Tito Elio Antonino Augusto, detto il “Pio”, il padre adottivo di Marco Aurelio.

Parole con cui affronta quella che chiameremmo la “questione sociale”, con una visione che tradusse in atti di governo, e che travalica di gran lunga le successive pretese del cristianesimo di “portare conforto” a servi che, per volere divino, dovevano rimanere tali, senza altra pretesa che l’ubbidienza; in cambio di una vita ultraterrena che quasi tutte le loro umane necessità istintive, però, gli avrebbero negato, sanzionate dalla “colpa”, dall’inflizione del senso del peccato.

Antonino Pio, pur nella diversità inconciliabile di organizzazioni sociali e istituzionali distanti tra loro millenni, ci restituisce il vero significato immutabile della “dignità umana” e  della “responsabilità” che ognuno ha sempre, a prescindere dalla sua collocazione nella società:

Liberi coloni e schiavi per me sono uguali. Sono loro a procurarci e a prepararci il mangiare. Perciò dobbiamo avere cura della loro salute e vegliare sulla loro soddisfazione nel lavoro. E’ necessario costruire per loro abitazioni decenti con i maggiori accorgimenti igienici possibili.

Puoi conoscere il comportamento dei padroni osservando chi lavora per loro. Se vedi che hanno denti neri o sono sdentati, che puzzano di selvatico, che hanno capelli incolti, piaghe, cicatrici, significa che servono signori tra i peggiori del mondo. Se gli schiavi agricoli parlano in modo poco comprensibile, con un volume di voce troppo alto e storpiano la parole, non devi ridere. Indignati piuttosto con il loro padrone…Se si accovacciano più che sedersi e si siedono sembrando sacchi vuoti, puoi capire il livello di crudeltà ma anche di stupidità dei padroni“.E i “non-uomini” asserviti a Moloch e Mammone, gli sprezzanti fautori della nuova (e antichissima) logica del “rendimento”, del governo come c.d.a di un’azienda, coloro che perdono la loro dignità per favorire gli “oscuri tessitori”, sono anche degli irresponsabili.

Ma non lo capiscono perché il loro male è la stupidità. E la stupidità è la madre dell’intolleranza.

Ed infatti Keynes ci dice, riferendosi ai totalitarismi della sua epoca, con parole sinistramente attuali in riferimento alle attuali insinuanti forme di tecno-autoritarismo:

Il terzo rischio, che è il peggiore dei tre, è l’Intolleranza e il soffocamento della critica. Ordinariamente le nuove correnti sono giunte al potere attraverso una fase di violenza o di quasi-violenza. Esse non hanno convinto gli oppositori; li hanno domati. Il metodo moderno è quello di fare affidamento sulla propaganda e controllare gli organi dell’opinione pubblica; si crede che sia cosa molto furba e molto utile fossilizzare il pensiero ed adoperare tutte le forze dell’autorità per paralizzare il gioco di interazione di una mente sull’altra. Per quelli che hanno trovato necessario adoperare qualsiasi metodo pur di conquistare il potere, la tentazione è forte di continuare ad adoperare per il compito costruttivo quegli stessi pericolosi strumenti che sono serviti preliminarmente a forzare la porta d’ingresso”.

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