FELTRI SHOW SULLA LEGITTIMA DIFESA: “MEGLIO UN LADRO STESO CHE UN CITTADINO ONESTO AL CIMITERO”

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La legge non c’è più! Basterà una pistola?

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Sbaglia il magistrato che applica i Codici per gli italiani a una società promiscua dove prevale la gentaglia senza morale. Lo stesso istituto che punisce l’eccesso in legittima difesa è divenuto inapplicabile e grazie alla invasione voluta da un governo e da un parlamento illegittimi.

Leggiamo cosa scrive Feltri:

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Meglio un bandito al cimitero
Il problema non è «farsi giustizia da sé» ma impedire sia commessa un’ingiustizia. Se ciò impone l’uso di un’arma, pazienza. Meglio un ladro steso che un cittadino onesto al cimitero
Chi ha scritto la legge sulla legittima difesa, e coloro che l’hanno approvata, non hanno tutte le rotelle a posto.
Quantomeno, al momento di elaborare la norma, erano parzialmente incapaci di intendere se non, anche, di volere. Infatti, hanno licenziato una boiata pazzesca in base alla quale se il derubato viene ucciso dal ladro, il caso non suscita grande scalpore; se, viceversa, la vittima del furto reagisce, per difendere se stesso, la famiglia e i propri averi, e stecchisce il delinquente, apriti cielo: succede il finimondo. La prima cosa che fanno i media è quella di deprecare la cosiddetta «giustizia fai da te», giudicata inammissibile, incivile e chi più ne ha più ne metta.
I magistrati poi, applicando il codice alla lettera, perseguono l’uomo (o la donna) che non ha ceduto alla prevaricazione, accusandolo di eccesso di legittima difesa o, peggio, di omicidio volontario. Grane giudiziarie a non finire, spese legali mostruose e il rischio non remoto di essere sbattuto in galera quale assassino. La legge in questione recita alcune assurdità. La più grossa: se l’aggredito è in una situazione di pericolo attuale, è legittimato a ribellarsi. Attenzione, però. Può contrattaccare esclusivamente con mezzi proporzionati a quelli di cui dispone l’aggressore. Un concetto più surreale non esiste.
In sostanza il disgraziato che si trova a tu per tu col farabutto che ha osato entrare in casa sua non per rendergli omaggio, bensì per depredarlo, non ha facoltà di por mano alla pistola, se non dopo essersi accertato che il farabutto stesso sia a propria volta armato di una rivoltella. In questo modo l’aggredito e l’aggressore sono pari, quindi autorizzati a duellare. Ma coma fa l’aggredito a verificare che l’aggressore abbia in tasca un’arma da fuoco o un temperino? Logica vorrebbe che il primo perquisisse il secondo, magari aprendo un estemporaneo dibattito: scusi signor ladro, lei porta un coltello a serramanico o una P38, sia pure fuori moda? Se la risposta è affermativa, la sparatoria inizi pure, altrimenti non se ne fa niente. Se il furfante, nelle more, sferra un cazzottone al proprietario dell’alloggio, questi se ne faccia una ragione. Se non è un buon pugile, anche solo dilettante, sono affari suoi. Al legislatore non gliene importa nulla. Gli preme solo che tra il grassatore e il suo «avversario» si stabilisca un rapporto cavalleresco.
Siamo alla quintessenza della stupidità. Va da sé, un tizio che entra nel tuo appartamento di notte non è un visitatore cortese. Ovvio che tu tremi di paura, non sei lucidissimo e non gli chiedi spiegazioni, ma allontani la minaccia come puoi, anche sparando, giacché sai che in certe circostanze o crepa lui o crepi tu. Lo stato d’animo di chi è in procinto di essere sopraffatto non è sereno quanto quello di un pm che valuta i fatti a freddo, seduto alla scrivania. Le nostre non sono elucubrazioni da esaltati amanti dei film western, ma di persone che si immedesimano in chi subisce un sopruso.
È evidente che una legge così sconsiderata sia da modificare in senso realistico. D’accordo che l’Italia ha ereditato dal cattocomunismo l’idea che la proprietà sia equiparata al furto e, pertanto, indifendibile. Ma sarebbe ora di cambiare mentalità. Proteggere i propri beni non è un delitto. Il problema non è «farsi giustizia da sé» ma impedire sia commessa un’ingiustizia. Se ciò impone l’uso di un’arma, pazienza. Meglio un ladro steso che un cittadino onesto al cimitero.

Ecco, allora, che appare in tutta la sua mostruosità l’invasione con cui i governi di quel presidente di due mandati, anche perciò illegittimo, hanno sovvertito le fondamenta morali della nostra società, certamente più evoluta civilmente di quelle dei popolI dell’est e africani.

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Un pensiero su “FELTRI SHOW SULLA LEGITTIMA DIFESA: “MEGLIO UN LADRO STESO CHE UN CITTADINO ONESTO AL CIMITERO”

  1. I TOPI D’APPARTAMENTO ORA VENGONO DALL’EST: “SONO KILLER PARAMILITARI”
    Un giudice esperto come Maurizio Santaloci, gip al Tribunale di Terni, smonta con parole efficaci l’immagine «romantica» del vecchio topo d’appartamento, tipologia un tempo legata all’ultimo gradino della gerarchia criminale. Una specie di poveraccio (che faceva quasi «simpatia) il quale, prima di entrare in azione, si accertava che in casa non ci fosse nessuno, perché aveva paura di essere sorpreso da un componente della famiglia; oleografia da malvivente di mezza tacca, pronto a fuggire se qualcosa fosse andato storto.

    «Questo identikit di topo d’appartamento è ormai anacronistico – spiega il giudice Santaloci, ospite del programma «Virus » su «Rai2 » -. I segnali che giungono a noi magistrati attestano una sostanziale mutazione: molti dei componenti delle bande che assaltano ville e abitazioni isolate sono ex militari provenienti dai paesi dell’Est, con riferimento particolare a teatri di guerra nei Balcani o in Ucraina. Insomma, professionisti abituati alla violenza che non hanno alcun problema a “neutralizzare“ i componenti della famiglia all’interno della casa obiettivo dell’assalto. Questa gente non teme di trovarsi faccia a faccia con le vittime. I furti “evolvono“ così quasi sempre in rapine e, nei casi più drammatici, possono degenerare in omicidi».

    La cronaca degli ultimi anni è piena di episodi del genere. Ad accorgersene sono stati in tanti (forze dell’ordine e magistrati in primo luogo), ma non il legislatore. Fermo a uno stereotipo di topo d’appartamento legato – per così dire – a un ridotto livello di pericolosità sociale; un’errata concezione a «basso tasso di rischio» che però ha conseguenze enormi sul piano della tutela dell’incolumità personale e della sicurezza pubblica. Gli sviluppi, apparentemente «paradossali», degli ultimi casi balzati agli onori delle cronaca sono l’esatta conseguenza di questo mancato adeguamento normativo.
    I cittadini si chiedono infatti come sia possibile che chi, armi in pugno, si difende da un’irruzione nella propria abitazione rischi di finire in galera (con addirittura l’ipotesi di reato di omicidio volontario). Per non parlare di quei casi in cui le vittime sono stati condannati anche a risarcire i ladri e i rapinatori che avevano violato gli altrui domicili. Anni di carcere e migliaia di euro da pagare in conseguenza di una rigorosa applicazione – ormai antistorica – del reato di «eccesso di legittima difesa». Un’offesa al buonsenso, ancor prima che al diritto, che spesso umilia perfino uomini delle forze dell’ordine, «rei» di aver «esagerato» nell’uso delle armi per bloccare i criminali. E così, in questo tragico gioco di inversione di ruoli, accade spesso che le vittime passino per carnefici e i carnefici per vittime. Proprio come accaduto negli ultimi casi di assalti a gioiellerie e ville, dove onesti cittadini si sono ritrovati sul banco degli imputati. La loro «colpa»? Essersi difesi. Come dire: cornuti e mazziati.
    Illuminante, a tal proposito, il parere del giudice Santaloci: «È necessario prevedere pene molto più severa nei confronti di quelli che ormai impropriamente continuano ad essere chiamati “topi d’appartamento“, ma che sono invece soggetti ad altissimo indice di crudeltà. Individui disposti ad ammazzare senza scrupoli e dinanzi ai quali anche il legislatore è auspicabile rimoduli i parametri che disciplinano la legittima difesa». Obiettivo: tutelare chi si difende da una rapina e mettere in galera chi la rapina la copie. Non viceversa.

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