SERGIO ROMANO: BASI USA IN ITALIA? È ORA DI RIVEDERE GLI ACCORDI

Ho conosciuto l’ambasciatore Sergio Romano quando entrambi collaboravamo alla Rivista Marittima. Una grande persona. Non mi ha stupito la sua proposta di rivedere il numero delle basi USA in Italia: un numero enorme; e ve la propongo.

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Facciamo un cappello d’introduzione: La necessità di garantire la sicurezza dell’Europa occidentale dalla minaccia comunista.

L’Unione Europea Occidentale, in seguito, la NATO, risposero all’esigenza di allearsi e di mettere a fattor comune i propri dispositivi di difesa, per reagire “come un sol uomo” ad un eventuale – dico eventuale –  attacco. Quando, nel 1949, al secondo appello, il Patto Atlantico fu sottoscritto dall’Italia, stavamo riemergendo dalle ceneri della guerra e della dittatura con una resa senza condizioni, un Trattato di Pace, con gli annessi protocolli segreti: in pratica, con qualche decina di migliaia di soldati autorizzati, che non facevano certo presagire un’alleanza militare, sia pure difensiva. Il Partito Comunista premeva per acquistare il dominio della Repubblica e – dicono – dell’Europa, gli USA si proponevano, ancora, come difensori e come propulsori della rinascita e della neonata democrazia. Parve che la via del Nord Atlantico fosse breve. Oggi non è più così. Dopo la caduta del muro di Berlino, dopo la creazione della minaccia terroristica che gli USA stessi finanziano e  dopo la bufala delle Twin Towers, la NATO non è più difensiva. E’ uno strumento della politica offensiva della finanza, come è l’ONU, come l’Unione Europea. Putin ha denudato l’ipocrisia americana che comprende i sostenitori dei terroristi: Sauditi, Qatar, Erdogan e bombardano yemeniti, siriani e curdi, loro sì, da due anni. Putin è dalla parte dei giusti; lo Zio Sam, l’amico di ieri è il nemico della pace, degli Stati sociali. Per l’Italia, sposare la causa degli Stati Uniti, oggi, è come andare all’altare con una puttana. I militari italiani sono nostri solo fino a quando il “padrone” li chiama. Comodo, no? Vengono utilizzati per l’imposizione del pieno rispetto di altri strumenti di dominio, che intervengono quando la finanza USA, ma direi mondiale, lo vuole:  l’ONU, le norme e convenzioni di Diritto umanitario e di Diritto bellico, le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Li comanda un mostro che tutto comanda con il dollaro, ma ancora per poco. Fra i 28 membri della NATO, non mancano gli stati in crescita, disposti a votare con gli USA nelle assemblee. I paesi baltici sono fra i primi. Ma le vittorie della NATO non sono queste. La Guerra Fredda fu vinta con i numeri nella corsa agli armamenti; ma ci fu dell’altro. Dopo quarant’anni a rimorchio della NATO e, poi anche, dell’Unione Europea, dopo l’uscita di scena di Berlusconi, gli italiani si sono accorti di non avere una politica estera. Con tutto ciò, siamo disseminati di bombe nucleari, di battaglioni di paracadutisti americani e i governi italiani s’inchinano ai loro voleri. Chi si oppone o ne diverge, viene eliminato. Cito Enrico Mattei, Aldo Moro, Bettino Craxi e, relativamente alla Libia e al povero Gheddafi e al Fiscal Compact, nuovamente, Silvio Berlusconi. La scorsa settimana, il ministro Pinotti ha autorizzato il raddoppio della Forza d’Intervento Rapido della NATO, da 20.000 a 40.000 uomini. Per noi sono altri bersaglieri e paracadutisti. Non poteva autorizzare un bel niente. Il Trattato Nord-Atlantico è difensivo e non offensivo. Con la bufala di Al Qaeda gli Stati Uniti hanno richiesto l’intervento dell’Alleanza contro il terrorismo sulla base dell’Art. 5 del trattato. In pratica, siamo in una guerra perenne, perché loro stessi e i loro alleati : Gran Bretagna, Arabia Saudita, Turchia, Qatar la alimentano. Le carte sono state scoperte da loro autorevoli nomi, emittenti radiotelevisive USA e anche da Putin e da qualche nostra mente più attenta. La brutalità dell’ISIS, un classico sionista, non basta più a coagulare gli animi intorno agli americani e hanno dovuto lasciare mano libera alla Russia, per salvare il salvabile. Oggi, Obama è il guerrafondaio. L’Italia e l’Europa devono avere una politica estera diversa da quella degli Stati Uniti. Signora Pinotti, “Lei ha autorizzato il raddoppio delle forze destinate ad una politica di destabilizzazione e di aggressione. Lei ha violato la Costituzione e deve essere denunciata”.

Il saggio integrale di Sergio Romano è stato pubblicato da “Limes”

Romano-Sergio

“Dalle basi USA in Italia partono iniziative militari di orientamento differente, se non antitetico, rispetto a quelle in linea con l’interesse nazionale italiano”.

“È giunta l’ora di rivedere gli accordi sulle basi. Non credo che l’Italia possa continuare a ospitare sul proprio territorio senza qualche necessario aggiornamento alcune enclave militari americane, strumento di una politica che non è sempre quella del suo governo”: l’ambasciatore Sergio Romano ha sollevato con chiarezza il nodo delle basi americane in Italia, luoghi dai quali partono iniziative militari di orientamento differente, se non antitetico, rispetto a quelle in linea con l’interesse nazionale italiano.

L’analisi di Romano è stata pubblicata sul Corriere della Sera, nella rubrica delle lettere, in risposta ad una richiesta di opinione in merito alla prese di distanze del generale Leonardo Tricarico  dopo l’attacco americano all’ospedale di Medici Senza Frontiere in Afghanistan. Secondo Tricarico, “un altro equivoco è quello di chiamare sistematicamente “americane” o “Nato” alcune basi militari in Italia come basi, scambiando indifferentemente i termini. In realtà non esistono né le une né le altre, ma solo basi italiane su cui il nostro paese conserva la piena sovranità e che concede in uso a particolari condizioni stabilite con specifici accordi, sulla cui puntuale applicazione occorrerebbe piuttosto esercitare una più attenta vigilanza.”.

Per Sergio Romano “le basi americane in Italia rappresentano un duplice problema. In primo luogo sono regolate da accordi largamente superati dalle condizioni e circostanze in cui stanno operando dopo la fine della Guerra fredda. Gli accordi garantiscono la continuità della sovranità italiana, ma dubito che il Dipartimento della Difesa, a Washington, presti a quelle intese una particolare attenzione”.

Il caso Cermis

“Nell’articolo – prosegue Romano – che il generale Tricarico ha scritto per Formiche ho letto: «Quando il Prowler statunitense tranciò nel 1998 la funivia del Cermis causando 20 morti, all’equipaggio fu concesso di avvalersi dello status Nato e dei relativi privilegi, quando invece la loro condizione legale era quella di aviatori statunitensi di passaggio i in Italia. In altre parole, il nostro Paese avrebbe potuto rivendicare il diritto di processarli in un nostro tribunale.

Quell’equipaggio infatti, pur di potere operare con le regole più semplici che si applicano all’interno della Nato, inserì il proprio volo, con l’inganno, nell’elenco dei voli giornalieri (quelli sì Nato!) del gruppo Usaf dislocato permanentemente sulla base di Aviano». L’episodio del Cermis dimostra, insieme ad altri, che gli accordi sono meno importanti del peso dominante degli Stati Uniti nell’ambito dell’Alleanza. Il secondo problema è quello della funzione che le basi hanno assunto per la politica estera americana”.

Il ruolo differente delle basi Nato in Italia: prima contro l’Urss, adesso?

“Quando furono create, all’inizio degli anni Cinquanta, vi era per i tutti membri della Nato uno stesso potenziale nemico; e le circostanze potevano giustificare qualche eccezione alla regola. Oggi, a meno che non si vogliano risvegliare le passioni della Guerra fredda, il nemico comune, dopo l’intervento dell’Isis in Iraq e in Siria, non è quello di allora. Ma gli Stati Uniti continuano a usare le loro basi, soprattutto nel Mediterraneo, come se i loro obiettivi fossero necessariamente quelli dell’Alleanza.

Lo fecero contro la Libia di Gheddafi negli anni Ottanta, ma vi fu allora il caso in cui il governo Craxi impedì agli americani di usare una base in Sicilia (Sigonella) per impadronirsi di un commando palestinese. Il commando aveva dirottato la nave «Achille Lauro» e Craxi, per liberarla, aveva negoziato con i buoni uffici del leader palestinese Yasser Arafat e si era impegnato a permettere che il commando partisse per la Tunisia. È giunta l’ora di rivedere gli accordi sulle basi”.

di Camillo Ricci.

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