LEGITTIMA DIFESA, TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO.

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Provocazione “tra il serio e il faceto” del capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Veneto Sergio Berlato. Insorgono le opposizioni. Una proposta-choc adatta forse al tempo di guerra più che non all’Italia del 2015. “Sparare ai malviventi che entrano in casa” e “finire i feriti con le pallottole rimaste”: con queste inusitate parole, il capogruppo Berlato  ha spiazzato l’assemblea della Regione Veneto durante la seduta di ieri. Parole di fuoco, che hanno scatenato un vero e proprio putiferio. Per l’opposizione ha preso la parola il piddì Andrea Zanoni, che ha parlato di “dichiarazioni choccanti”, un vero e proprio “invito ad armarsi”. Peccato che Zanoni sia animalista di ferro, mentre Berlato è un noto paladino dei cacciatori…

Ad ogni modo, Berlato ha invocato a più riprese l’applicazione dell’art. 52 del codice penale, sulla legittima difesa: “Non vogliamo leggi speciali, ma solo che i giudici condannino gli aggressori e non gli aggrediti”, ha chiesto Berlato all’aula. LA SUA MOZIONE PER IL DIRITTO ALLA LEGITTIMA DIFESA, AD OGNI MODO, È STATA ACCOLTA.

L’argomento è attuale. La delinquenza importata dai governi ha caratteristiche del tutto nuove, spesso raccapriccianti. Non siamo attrezzati a combatterla e, lo dico, dopo aver letto, sempre più di frequente, di donne e bambine stuprate o di tentati stupri, financo di maschi, di efferati omicidi di cittadini terrorizzati e, anche, sgozzati nella propria casa, di poliziotti e carabinieri malmenati, insomma: di una violenza ed efferatezza cui l’ordinamento giuridico non sa come porre rimedio. Ciò è evidente quando si leggono sentenze che condannano chi si arma, anche di un solo coltello, per andare a vedere chi in piena notte ha violato e distrugge la propria casa; oppure, quando e molto spesso, leggiamo che il delinquente se ne va a piede libero, magari per la seconda o ennesima volta. Non possiamo pensare alla difesa della sola proprietà, quando è in pericolo la vita propria e della famiglia. La sanzione penale è concepita dal Codice come rieducativa. Cosa vuoi rieducare in attrezzo umano che l’educazione non ce l’ha. Che è abituato a prendere ciò che gli piace, al non rispetto delle donne e di nulla e, sopratutto, a non dare alcun valore  alla vita? Fossi giudice, mi dichiarerei incompetente, perché tali si dimostrano, praticamente sempre. Di certo, Vi confesso, la mia Beretta, riposa accanto a me, con il colpo in canna, come quando lavoravo presso il Governo albanese e abitavo a Tirana.

Come CI VIENE INCONTRO il nostro faraonico Ordinamento Giuridico? L’art. 52 del codice penale tratta della legittima difesa , è una sorta di “autotutela” che l’ordinamento consente nel caso in cui insorga un pericolo imminente (per sé o per altri) da cui è necessario difendersi e non ci sia la possibilità di rivolgersi all’autorità pubblica per ragioni di tempo e di luogo. Probabilmente il legislatore ha voluto tenere conto di un’esigenza del tutto naturale che è legata all’istinto di reagire quando si viene aggrediti.

Non bisogna però confondere la legittima difesa con la vendetta perché quest’ultima è una reazione che avviene dopo che la lesione è stata già provocata mentre si parla di legittima difesa quando si reagisce a una aggressione e tale reazione rappresenta l’unico rimedio possibile nell’immediato per evitare una offesa ingiusta.

Partiamo dalla disciplina codicistica. La norma di riferimento è l’art. 52 del codice penale.

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Art. 52 codice penale.

 La legittima difesa. Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.

Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma [ndr: violazione di domicilio], sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

  1. a) la propria o la altrui incolumità:
  2. b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.

La scriminante della legittima difesa

I presupposti essenziali della legittima difesa sono costituiti da un lato dall’insorgenza del pericolo (generalmente determinato da un’aggressione ingiusta) e da una reazione difensiva: l’aggressione ingiusta deve concretarsi nel pericolo attuale di un’offesa che, se non neutralizzata tempestivamente, può sfociare nella lesione di un diritto proprio o altrui (personale o patrimoniale) tutelato dalla legge; la reazione legittima deve inerire alla necessità di difendersi, alla inevitabilità del pericolo e deve sussistere comunque una proporzione tra difesa ed offesa.

Il riferimento al diritto proprio o altrui è diretto ad escludere che possano essere oggetto di reazione gli interessi pubblici dello Stato, quelli diffusi e collettivi o quello alla generica osservanza della legge. La difesa è legittima in tutte quelle ipotesi in cui il rapporto tra offesa temuta e reazione difensiva si pone cronologicamente nei termini dell’immediata prossimità dell’offesa ovvero della contestualità dell’immediata successione della difesa.

L’offesa ingiusta si concreta in una minaccia o in un’omissione contraria alle regole del diritto; la reazione difensiva si configura quale necessaria quando la difesa si risolve nell’unica scelta possibile, in base alle condizioni in cui si verifica l’offesa e alle reali alternative di salvaguardia a disposizione dell’aggredito; proporzionata è la difesa valutata non più in base al rapporto tra i mezzi disponibili e quelli effettivamente usati, ma alla stregua dei beni in gioco e dei disvalori delle condotte poste in essere.

L’eccesso colposo di legittima difesa e l’onere della prova

Si parla di eccesso colposo di legittima difesa a fronte di una reazione di difesa eccessiva: non c’è volontà di commettere un reato ma viene meno il requisito della proporzionalità tra difesa ed offesa configurandosi un’errata valutazione colposa della reazione difensiva.

La norma di riferimento nell’articolo 55 del codice penale:

L’onere della prova incombe sul soggetto che ha difeso il diritto proprio o altrui e che dovrà indicare i fatti e le circostanze dai quali si evince l’esistenza della scriminante.

La valutazione è rimessa al libero convincimento del giudice che terrà conto di un ragionevole complesso di circostanze oggettive: l’esistenza di un pericolo attuale o di un’offesa ingiusta; i mezzi di reazione a disposizione dell’aggredito e il modo in cui ne ha fatto uso; il contemperamento tra l’importanza del bene minacciato dall’aggressore e del bene leso da chi reagisce.

La legittima difesa putativa

Quando sussistono i requisiti della legittima difesa, si esclude l’antigiuridicità dell’azione di chi reagisce ad un aggressore. Può accadere però che per un errore di fatto un individuo si creda minacciato mentre effettivamente il pericolo non sussiste.

Si parla in questo caso di legittima difesa putativa.

La legittima difesa putativa postula i medesimi presupposti di quella reale, con la sola differenza che nella prima la situazione di pericolo non sussiste obiettivamente ma è supposta dall’agente sulla base di un errore scusabile nell’apprezzamento dei fatti, determinato da una situazione obiettiva atta a far sorgere nel soggetto la convinzione di trovarsi in presenza del pericolo attuale di un’offesa ingiusta; sicché, in mancanza di dati di fatto concreti, l’esimente putativa non può ricondursi ad un criterio di carattere meramente soggettivo identificato dal solo timore o dal solo stato d’animo dell’agente. Una recente sentenza della corte di cassazione (n. 28224/2014) ha chiarito che “l’errore scusabile, nell’ambito della legittima difesa putativa, deve trovare un’adeguata giustificazione in qualche fatto che, sebbene malamente rappresentato o compreso, abbia la possibilità di determinare nell’agente la giustificata persuasione di trovarsi esposto al pericolo di un’offesa ingiusta“.  Nella fattispecie esaminata dalla corte è stata esclusa La sussistenza della legittima difesa in un caso in cui un’autovettura si era introdotto in una masseria facendo manovre spericolate suonando più volte il clacson. Gli imputati a quel punto avevano preso proprio veicolo in seguito la macchina e sparato diversi colpi di arma da fuoco.

Un tipico esempio di legittima difesa putativa è quella di chi nell’oscurità viene aggredito per scherzo da un amico con un’arma finta. Se l’aggredito proprio per il buio non riesce a riconoscere il suo amico e, credendo di essere in pericolo reagisce ferendolo o uccidendolo, la sua azione può rientrare nel campo della legittima difesa putativa.

Sono tantissime le sentenze della Cassazione in tema di legittima difesa e quasi sempre mostrano quei limiti di aderenza alla realtà dei nostri giorni. Vi dico: E’ normale che ciò accada perché l’Ordinamento Giuridico italiano è l’espressione della nostra “morale”; non di quella dell’Africa Nera (qualche bischero vuol darmi del razzista?). Ecco quanto afferma la Corte di Cassazione con la sentenza n. 8566 del 26 febbraio 2015 (l’altro ieri!) che ha precisato, confermando un costante orientamento del giudice di legittimità, quali siano i presupposti postulati dalla legittima difesa putativa. “La legittima difesa e la legittima difesa putativa non configurano il reato di tentato omicidio se l’aggressore usa un arma da taglio contro un uomo disarmato”… e, senza per nulla immedesimarsi nel pathos di un cittadino pacifico aggredito nel cuore della notte, aggiunge “mirando a zone vitali del corpo, senza presentare a sua volta alcuna lesione dimostrativa di un’aggressione patita“. Siamo alla demenza giurisprudenziale, tale e quale quella che punisce il tutore dell’ordine aggredito, che fa uso delle armi. Nel caso di specie citato, nel corso di una colluttazione innescata dal tentativo di difesa di una donna erano state sferrate delle coltellate sia contro l’aggressore sia contro una terza persona intervenuta nella lite.

Il giudice di primo grado ha condannato l’imputato “difensore” alla pena di cinque anni e quattro mesi di reclusione, ritenendolo colpevole di concorso nel tentato omicidio mediante accoltellamento. Signori giudici, il combattimento si sa quando inizia e non si sa quando e come finisce e bisogna assolutamente valutare la possibilità di valutare l’entità e la pericolosità della minaccia. Un conto era il trovarsi a tu per tu con il ladro nostrano o con lo zingaro, un altro e ben diverso è trovarsi in casa uno sgozzatore, uno stupratore o un banda di assassini (Prima sparo nel muro, poi chiedo: “c’è qualcuno”… poi, chiedo: “c’è qualcun altro?”

L’eccesso colposo sottintende i presupposti della scriminante con il superamento dei limiti a quest’ultima collegati, sicché, per stabilire se nel fatto si siano ecceduti colposamente i limiti della difesa legittima, bisogna prima accertare la inadeguatezza della reazione difensiva, per l’eccesso nell’uso dei mezzi a disposizione dell’aggredito in un preciso contesto spazio temporale e con valutazione ex ante, e occorre poi procedere ad un’ulteriore differenziazione tra eccesso dovuto ad errore di valutazione ed eccesso consapevole e volontario, dato che solo il primo rientra nello schema dell’eccesso colposo delineato dall’articolo 55 c.p., mentre il secondo consiste in una scelta volontaria, la quale comporta il superamento doloso degli schemi della scriminante”.

Infine, il giudice di ultima istanza esclude la sussistenza dei presupposti della legittima difesa putativa in conseguenza della mancanza di armi riscontrata in capo alle vittime.

La legittima difesa putativa postula i medesimi presupposti di quella reale, con la sola differenza che nella prima la situazione di pericolo non sussiste obiettivamente ma è supposta dall’agente sulla base di un errore scusabilenell’apprezzamento dei fatti, determinato da una situazione obiettiva atta a far sorgere nel soggetto la convinzione di trovarsi in presenza del pericolo attuale di un’offesa ingiusta; sicché, in mancanza di dati di fatto concreti, l’esimente putativa non può ricondursi ad un criterio di carattere meramente soggettivo identificato dal solo timore o dal solo stato d’animo dell’agente“.

Quindi, non c’è legittima difesa putativa se si usa un coltello contro chi è disarmato, o quando si usa la pistola contro chi è armato di coltello (caso di un carabiniere condannato). “Signori giudici- sulla libretta assisi -, Loro non sanno quanto più danno di un proiettile possa fare il pugnale infilzato e rigirato, come si usa di là dell’Adriatico o fra i popoli arabi e africani e neppure sanno quanto sia semplice spezzare il collo di una persona con le sole mani (torsione e spinta all’indietro veloci, per i curiosi)”.

In ultima analisi, Vi proporrei l’aggiunta di un comma all’art. 52: “COME DIFENDERSI DAL GIUDICE”. Buona giornata.

Mario Donnini, con i contributi dell’avv. Cataldi

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