AGGIORNAMENTO FRATTALICO: USA, VON HAYEK E LA NUOVA DEMOCRAZIA POSSIBILE

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1. Devo ringraziare voi tutti, lettori-commentatori che avete arricchito di osservazioni profonde e pertinenti la creazione “collettiva” del pensiero del blog, dando spunti che puntualizzano con nitidezza vari aspetti fondamentali della realtà economico-politica italiana e internazionale.
Cercherò allora di aggiornare, appunto evolvendola in base ai vostri importanti stimoli dialettici, la “ipotesi frattalica”.
Partirò da un punto così esprimibile:
“Sto cominciando a maturare la convinzione che, in assenza di stalinismo alle porte, è impossibile replicare la stagione keynesiana-costituzionale post 1943.
Al massimo si potrà recuperare la flessibilità del cambio e una certa limitata cooperazione delle BC (sempre nei limiti dell’interesse bancario nazionale).
E sarebbe già tanto.
La democrazia redistributiva pluriclasse probabilmente è già morta, nel momento in cui è caduto il muro di Berlino (o giù di lì): senza una forza contraria e simmetricamente minacciosa i capitalisti si riprendono tutto il maltolto (secondo loro). E siccome il capitalismo si sviluppa per oligopoli sempre più grandi e transnazionali, non vedo come si possa trovare una forza capace di neutralizzare il loro dominio, in presenza delle loro strategie di manipolazione dell’informazione.”
Ora, cercherò, con una certa sintesi ed evitando di fare un libro intero (come la mteria meriterebbe) di trarre alcune premesse e conseguenze di questa ipotesi storico-economica.

2. Perchè è difficile se non impossibile replicare la stagione keynesiana-costituzionale successiva alla sconfitta del totalitarismo nazista è spiegato nella seconda parte dell’ipotesi sopra enunciata.
Cioè la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre agì, in definitiva, molto più in Occidente e sul capitalismo che nell’est europeo e sul socialismo reale, il quale degenerò in stalinismo e, successivamente, in burocratismo centralista, sul piano interno, e imperialista puro (cioè a base essenzialmente nazionalista, come predicò espressamente Stalin) sul piano internazionale.
Il prodotto di tale “spinta” sui paesi capitalisti, altrettanto evidentemente, sfociò nelle democrazie pluriclasse redistributive, quelle cioè in cui il profitto non era l’unico fine ammesso e la struttura dei mercati non ipotizzata sulla libera determinazione della domanda e dell’offerta: cioè non vigeva (più) un’ipocrita idealizzazione dissimulatrice della superiorità del capitalista sul resto dell’umanità (al contrario di oggi, in cui questa ipocrisia è ridivenuta un dogma generalizzato per tutta la classe politica).
Più eloquente di ogni discorso, per rimanere in Italia, è la lettura, autoesplicativa, specialmente per gli affezionati lettori, dell’art.41 della Costituzione del 1948:
“L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

3. Per capire come non sussistano le condizioni di replicabilità della accettazione “costituente” di una tale formulazione, e quindi come l’ipotesi frattalica debba realisticamente prefigurarsi un esito “liberatorio” legato alla evoluzione della realtà che si sta verificando sempre all’interno del modello USA – come sorta di bench-mark della democrazia possibile, e quindi come “frontiera” di espansione di quella recuperabile-, vi riporto ampi brani della relazione all’articolo 41, compiuti, in sede di lavori preparatori della Costituzione, da un uomo politico che non passò certo, neppure tra i democristiani, come un “moderato” e un portatore di aperture sociali. Questi, relatore della norma, era Amintore Fanfani.
Ciò è particolarmente significativo perchè ci dà la misura, concreta e altamente visibile, della modificazione del paradigma di pensiero delle stesse forze “moderate” di quel tempo in paragone al nostro.
E ci fa capire l’importanza della compresenza, accanto al modello dei vincitori USA, divenuti alleati-protettori dell’europa occidentale, dell’incombenete minaccia stalinista.
Tutto il discorso gravita intorno a questa polarizzazione e ne costituisce la giustificazione politico-economica, con una linearità che, da sola, illustra perchè, venute meno quelle condizioni di scenario internazionale, il capitalismo disponga dei mezzi culturali e, naturalmente, finanziari, per imporre un altro condizionamento dell’assetto sociale. E vedremo poi in che limiti (di autoconservazione del proprio stesso dominio).
Vi anticipo che, fin dalle prime battute, le parole di questo “moderato tra i moderati” sarebbero considerate, nel facile armamentario di slogan (volgari) del nostro pensiero politico-mediatico, più o meno “staliniste”.
Eppure, quando si parla di controllo politico dei cittadini sui “controllori pubblici” dell’attività economica e sulle formule tecniche “pure” di tale controllo, si parla di problemi attualissimi, quali quelli della “banca centrale indipendente” e delle stesse Autorità indipendenti (Consob, Antitrust-Agcm, Agcom), in pretesa funzione neutrale.

” Il problema del controllo sociale della attività economica è certamente complicato dal fatto che oggi — e non soltanto in Italia, ma in tutti i paesi del mondo, meno uno — si vive in una economia di trapasso, non si è più in un’economia i cui dirigenti, i cui regolamentatori o legislatori credono al principio individualistico, liberistico; ma non si è nemmeno arrivati ad un’economia in cui totalmente si è abbandonato il criterio individualistico e liberistico.
Tentativi diversi, fatti in parecchi paesi, ora dal punto di vista di un’ideologia totalitaria di tipo fascista, ora dal punto di vista di un’ideologia democratica di tipo più o meno liberale, fanno vedere come, da circa trentacinque anni a questa parte, per motivi di guerra, per motivi di passaggio dall’economia di guerra all’economia di pace, o per le conseguenze dell’economia di guerra, si è tentato a varie riprese di risolvere il problema — che a qualcuno sembra insolubile — di controllare, dal punto di vista sociale, lo sviluppo dell’attività economica, senza accedere totalmente ad un’economia collettiva o collettivizzata, e senza d’altra parte lasciare totalmente libere le forze individualistiche, ma cercando di sfruttarle, disciplinandole e regolandole ai fini di raggiungere determinati obiettivi sociali che, abbandonata l’ideologia di Adamo Smith, si è ritenuto non possano essere raggiunti, qualora le forze e le iniziative individuali siano totalmente libere.
Si sono avute varie forme di controllo sociale sulla vita economica dei singoli gruppi.
Questi controlli sono fondamentalmente di due tipi: uno che si vuol realizzare in un ambiente politico non di libertà, nel quale i cittadini non siano chiamati a controllare politicamente i controllori dell’attività economica; e un altro esercitato o attuato in paesi in cui, creati gli organi di controllo dell’attività economica, si consente che i cittadini, organizzati politicamente in partiti od in associazioni, attraverso gli organi normali di controllo dell’attività governativa e attraverso la libera stampa, sorveglino l’attività di coloro che sono preposti al controllo dell’attività economica
…prescindendo da quello che è stato ideato e fatto in Russia, e osservando le varie esperienze che sono state fatte nei paesi così detti occidentali, il grande problema che sembra aver afflitto l’Occidente è stato quello di vedere fino a che punto è possibile effettuare il controllo sull’attività economica senza menomare la libertà politica. I paesi che sembrano aver realizzato più profondamente il sistema del controllo, ad un certo momento hanno pensato bene di eliminare la libertà politica, perché con la libertà politica sembrava loro di non poter realizzare nessun controllo.
Ma l’accettazione del sistema di controllo economico, con l’abbandono del sistema di controllo politico, e quindi della libertà politica, fatalmente ha trasformato la politica di controllo economico da una politica diretta al bene della collettività, intesa come complesso di individui, in una politica diretta a fini di potenza, dei quali non rispondevano più le singole persone, ma soltanto uno o pochissimi.
Nei paesi democratici, preoccupati di salvaguardare la libertà politica, pur menomando la libertà economica, si è arrivati a forme miste. Non ritiene sia per ora possibile dire esattamente quali risultati abbiano dato l’uno e l’altro tipo sul puro terreno economico; quali invece, abbiano dato sul terreno politico, purtroppo proprio gli italiani — e i tedeschi forse anche di più — possono dire.
…oggi in Italia, per un complesso di cose, per lo stesso schieramento politico e per la linea politica adottata dal partito che potrebbe e dovrebbe essere il più interessato ad un mutamento radicale della vita economica, il partito comunista, ci si orienti tutti più o meno su questa strada: di tentare un controllo dell’attività economica, mantenendolo negli schemi della libertà politica.
C’è al fondo di questo orientamento l’idea che, abbandonati a se stessi, gli uomini non possano arrivare, di squilibrio in squilibrio, a raggiungere una situazione di equilibrio, di armonia e di benessere sociale; ma che ciascun uomo abbandonato a se stesso, libero di sfruttare le forze naturali, di regolare i propri istinti come meglio crede, possa forse illudersi, per un tempo più o meno breve, di realizzare il suo benessere — grettamente inteso — di potenziare le sue attività — ancora grettamente intese — ma in definitiva non arrivare certamente ad una situazione di coordinamento, benefica per tutta quanta la società.
Ed è in vista di questo che gli uomini tornano a ripetersi una domanda migliaia di volte ripetuta nel corso dei secoli: può esistere cioè un armonizzatore preventivo di questi squilibrî, o un coordinatore che corregga, all’origine almeno, gli squilibrî stessi?
La risposta che più o meno tutti danno oggi è che questo coordinamento è necessario e che questo coordinatore si può determinare.
Sul come, nascono i dissensi.
Sempre in questa economia di trapasso — non accenna a quella collettivizzata del tutto — i metodi che si possono adottare per controllare l’attività economica e coordinarla, sembrano essere fondamentalmente due: il metodo di coloro i quali dicono: creiamo un organo centrale, che sarà forzatamente di tipo burocratico; regoliamo un po’ tutta l’attività economica, pur riconoscendo — salvo i regimi totalitari di tipo nazista e fascista — che questo organo centrale possa essere controllato dall’opinione pubblica e dagli organi legislativi normali. Il secondo metodo è quello di coloro i quali dicono: no! Attenti che l’organo centrale, al di fuori di una economia non collettivizzata, è molto pericoloso. Proprio in una economia non collettivizzata il controllo nella forma più efficace può essere esercitato, anziché dal centro, dalla periferia o per lo meno da settori periferici più o meno concentrici, finché si arriva anche ad un organo centrale.
È nato così il problema di organizzare un controllo non burocratico, ma democratico; problema che è stato imposto dalla necessità di far sì che questo controllo non sia meno competente dell’attività individuale, né meno interessato di essa, e che sia tempestivo. Parte per tradizione, parte per constatazione di quello che si verifica nel mondo, gli uomini di oggi non si fidano di un organo di controllo puramente burocratico, tanto che hanno inventato premi di interessamento, negli stessi organismi burocratici, perché si snelliscano e riescano a dare una certa spinta alle imprese o attività che ricadono sotto la loro sfera di azione.
…Data questa premessa, ha creduto opportuno sottolineare come il controllo debba obbedire ad altre cinque caratteristiche che non sono sua invenzione, ma che già sono indicate dal tentativo americano.
Il controllo deve essere competente, cioè deve essere esercitato da chi se ne intende e non da burocrati; deve essere interessato, cioè deve essere esercitato da chi ha interesse diverso, diretto al buon andamento dell’attività da regolare; deve essere decentrato, cioè esercitato non dalla capitale o da pochi uffici centrali, ma possibilmente nel luogo in cui si svolge l’attività, o almeno per rami di questa; deve essere democratico, cioè esercitato da uomini designati dagli organi interessati e, quando occorra, da tutti i cittadini; infine deve essere multiforme, cioè esercitato secondo le modalità che per ciascun tipo di attività risultino più efficaci.
Ha spiegato nella relazione a quali vantaggi dia luogo un controllo con queste caratteristiche, e non si ripeterà.
Aggiunge che vi sono momenti distinti in cui il controllo deve essere esercitato; vi è innanzi tutto un momento produttivo all’origine, nel seno stesso dei centri in cui si svolge la vita economica ed in questa fase bisogna realizzare il controllo nelle varie forme che l’esperienza suggerirà. C’è un secondo momento, non più all’interno di ciascuno dei singoli centri, ma negli ambienti che abbracciano questi vari centri, e qui sorge un problema di coordinamento di queste attività produttive. Vi è un terzo momento, relativo alla distribuzione e al consumo (consumo in senso economico) della ricchezza prodotta.
…per quanto riguarda il primo momento, cioè il momento in cui nasce l’attività produttiva, un controllo interessato, democratico, competente, può essere eseguito innanzi tutto attraverso la partecipazione dei lavoratori alla vita intima dell’impresa. È del parere che nella fase attuale non ci si possa limitare, e sia un errore limitarsi, alla semplice azione dei consigli di gestione. Dal momento che il Consiglio di amministrazione esiste ed esercita una certa attività ed influenza, è ancora del parere che convenga approfittare anche di questo organo, immettendo in esso, con funzioni deliberative, non pochi lavoratori, ma, se è necessario, la metà, o anche di più, come preparazione di quella che gli pare possa essere un’azienda tipo di domani, cioè un’impresa o in forma cooperativa, o in forma tale per cui la proprietà risulti nelle mani dei lavoratori. Ma questo è un problema complesso e si limita ad accennarlo.
Un controllo interessato, democratico, competente, può inoltre ottenersi con la costituzione di altri organi di controllo, oltre che con la partecipazione al consiglio di amministrazione e quindi con la costituzione di appositi consigli di gestione (quanto al termine da usare è convinto che per precisione tecnica sarebbe meglio dire «Consiglio di efficienza») per esercitare il controllo nella fase tecnico-amministrativa, mentre la partecipazione al consiglio di amministrazione, serve per il controllo tecnico-economico.
Una terza modalità di controllo che abbia le caratteristiche suddette è la socializzazione vera e propria di certe imprese, con determinate caratteristiche che consentano di socializzarle senza danno per la collettività, perché lo scopo, evidentemente, è quello di accrescere il benessere di tutti i lavoratori, e ogni forma che diminuisca l’attività produttiva e aumenti il costo di esercizio è una forma di controllo deleteria perché preparatoria della miseria, non del benessere.”
Sulle parole del Relatore Fanfani (“lo scopo del controllo economico è accrescere il benessere di tutti i lavoratori”: quale distanza dai principi informatori dell’UE, stabilità dei prezzi e forte competizione!) mi fermo qui…erano tempi famosi di lunghi discorsi “sarò breve…” :-).

4. Mi preme però, sempre per il gusto del contrappunto che segna le distanze ideologiche dalle trasformazioni peggiorative proprie del tempo “dell’Europa”, aggiungere una notazione di Mortati sul piano del decentramento, tanto per capire come il Titolo V e l’influenza leghista, opportunisticamente sfruttata da tutte le forze politiche nazionali, non abbiano certo giovato nè all’efficienza nè alla democraticità del nostro ordinamento:
“Un ultimo punto essenziale è quello della costituzione dei nessi fra centro e periferia, perché non si può negare l’esigenza unitaria dello Stato moderno in alcuni campi. Questo vale specialmente nel campo economico, dove, pur volendo lasciare alla regione una certa latitudine di azione, è necessario preoccuparsi contemporaneamente di non compromettere la realizzazione di piani nazionali. Non sa se e quanto l’economia si indirizzi verso forme di economia pianificata; ma se queste esigenze di pianificazione ci saranno, bisogna che siano attuate non da una burocrazia più o meno competente e responsabile, ma dalle autorità regionali; è necessario che queste autorità regionali siano inserite nell’ordinamento centrale, in modo che i piani siano concretati attraverso la partecipazione attiva delle medesime. E questo inserimento dovrebbe avvenire in modo da correggere la sperequazione attuale tra le regioni d’Italia più numerose e più ricche e le regioni più povere e meno popolate”
Su questo mi limito a richiamare l’aderenza a queste enunciazioni della riforma costituzionale proposta su questo blog, quasi agli esordi, in questo post.

5. Ora per “misurare” in termini logici e ideologici le distanze incolmabili che ha preso la ideologia economica, e la conseguente vulgata mediatica (rispondente ai ben noti interessi qui più volte evidenziati), riportiamo le parole di un economista, Massimo Florio. Egli più di ogni altro in Italia ha indagato sul nuovo paradigma, indubbiamente europeo, sovrapposto a quello costituzionale keynesiano ben oltre le recenti modifiche dettate dal fiscal compact; ma proprio come costruzione geneticamente “Von Hayek”, improntata a un’idea opposta e incompatibile con la nostra Costituzione, intesa come sistema non scindibile di principi fondamentali e programmi di intervento strettamente ad essi conseguenziali:
“Ho cercato di dimostrare che (a seguito di privatizzazioni e liberalizzazioni, ndr.)
(a) i cittadini in genere hanno guadagnato poco o nulla dalle privatizzazioni,
(b) le fasce di utenti più povere hanno pagato prezzi più alti,
(c) i contribuenti ci hanno rimesso perché lo stato ha venduto a prezzi troppo bassi e in vari casi ha perso entrate,
(d) la produttività delle imprese non è aumentata significativamente,
(e) i maggiori beneficiari sono stati gli azionisti, gli intermediari finanziari, i consulenti (in una parola la City).

Mi sono anche occupato di privatizzazioni in Italia, in dieci edizioni del Rapporto sulla Finanza Pubblica e in altri interventi (tra i quali La sinistra e il fascino concreto delle privatizzazioni).
La mia lettura del caso italiano è che le cose qui sono andate anche peggio che in Gran Bretagna. Sia i governi di centro-sinistra che quelli di centro-destra hanno cercato di fare cassa vendendo soprattutto banche, telecomunicazioni, autostrade, aziende del settore dell’energia, anche altro, ma con effetti del tutto irrilevanti o modesti sul piano dell’efficienza e del benessere degli utenti, e invece distribuendo rendite ad ambienti capitalistici più o meno parassitari.
Mi sono convinto, soprattutto studiando il caso Telecom Italia (in I ritorni paralleli di Telecom Italia), che la vera origine delle privatizzazioni non sia il liberismo, anche se ovviamente i miti della libera concorrenza hanno avuto un peso nella retorica, ma uno scambio fra rendite politiche e finanziarie. La tesi che ho sostenuto (in Le privatizzazioni come mito riformista) è che in particolare la sinistra, oltre più ovviamente la destra, abbia cercato di accreditarsi presso i gestori della finanza offrendo loro in pasto delle attività perfette per montarvi operazioni speculative, garantite dalla dinamica nel tempo dei flussi di cassa. Il caso delle autostrade è in questo senso emblematico. Il rischio imprenditoriale è nullo, la rendita garantita, gli investimenti attuati minimi e neppure rispettati, le tariffe aumentano con e più dell’inflazione, il contribuente continua a farsi carico della spesa per la rete in aree meno ricche e più a rischio (vedi autostrada Salerno-Reggio Calabria e grande viabilità interregionale), mentre un ambiente imprenditoriale come quello dei Benetton e altri sono diventati dei concessionari, con tutto quello che questo implica di rapporti con la politica.
In tutti i settori privatizzati le spese di ricerca e sviluppo sono diminuite, indebolendo il potenziale tecnologico. Più recentemente mi sono occupato della dimensione europea delle liberalizzazioni e privatizzazioni (ne L’esperienza delle privatizzazioni), in particolare di elettricità, gas, telefonia, giungendo a queste conclusioni per i quindici stati dell’Unione Europea prima dell’allargamento nel 2004:
(a) soprattutto per l’elettricità le privatizzazioni hanno comportato aumenti dei prezzi per i consumatori;
(b) la separazione delle reti dalla gestione (vedi Terna, Snam Rete Gas, ecc.) è spesso costosa e senza chiari vantaggi per la concorrenza;
(c) l’introduzione della concorrenza peraltro ha mitigato ma non rovesciato in benefici mezzi questi effetti avversi;
(d) indagini ufficiali dell’UE, come quelle di Eurobarometro, mostrano che i consumatori si dichiarano più soddisfatti nei paesi che hanno adottato meno le privatizzazioni;
(e) dove c’è stata più privatizzazione è aumentato il numero di famiglie in difficoltà nel pagare le bollette.

Verso dove andiamo? Sono convinto, anche osservando l’esperienza degli Stati Uniti, che l’appetito illimitato del capitalismo finanziario, quindi il suo immettere nel gioco sempre nuove scommesse, condurrà alla privatizzazione dello stesso stato sociale, cioè sanità, istruzione, previdenza e persino assistenza; e forse anche di alcune funzioni classiche dello stato come difesa, ordine pubblico e giustizia. In altre parole lo scenario è quello dello “stato minimo”.
Le ragioni di questa tendenza, di nuovo, non hanno molto a che vedere con efficienza e competizione. Non esiste alcuna evidenza empirica che possa sostenere che in generale la gestione privata di ospedali, consultori, asili nido, scuole, università, pensioni, ecc. consenta abbattimenti di costi.
Dove li si osserva sono dovuti, in generale, a riduzioni reali di stipendio dei dipendenti o a condizioni di lavoro peggiori, spesso con abbassamento conseguente della qualità delle prestazioni, oppure al ricorso a personale immigrato.

Ovviamente, nel settore pubblico, ad esempio nelle università, si annidano aree anche ampie di parassitismo sociale: ma sarebbe molto meno costoso, e quindi più produttivo, motivare i dirigenti e sensibilizzare gli utenti dei servizi pubblici, eliminando così questa patologia attraverso un maggiore controllo democratico e un management di qualità.
Viceversa, quello che ci attende è una tendenza a creare una “industria” della sanità, dell’educazione, della pensione complementare. Negli USA questi settori sono ben presenti in borsa o in altri circuiti finanziari, spremono alte rendite dagli utenti grazie al fatto che comunque, nonostante le apparenze, operano in mercati non competitivi, e soprattutto costituiscono formidabili lobby in grado di impedire, ad esempio, ad Obama di riformare efficacemente la disastrosa sanità statunitense.

Una volta che si creano gruppi che controllano i flussi di cassa derivanti dal controllo dell’energia, dell’acqua, della sanità, della previdenza, ecc., la stessa democrazia come la abbiamo conosciuta in Europa nella seconda metà del 900 è a rischio.
La capacità dei gruppi finanziari che controllano gli ex servizi pubblici di influire sui governi e sulle stesse opposizioni parlamentari diviene così formidabile che, di fatto, diventa impossibile tornare alla gestione pubblica. Semplicemente diventa più facile comprare i governi, i parlamentari, i giornalisti, gli economisti, e il dissenso viene emarginato.
Il vero rischio delle privatizzazioni perciò non è la relativamente piccola perdita di benessere sociale (ma non trascurabile per i gruppi in fondo alla scala sociale), caso per caso, industria per industria, ma il rischio politico-economico per il sistema nel suo insieme.
Questo aspetto è stato colto nell’ultimo scritto di Tony Judt, uno storico della New York University, recentemente scomparso. “Come nel diciottesimo secolo”, egli scrive, “così oggi: svuotando lo stato delle sue responsabilità e risorse, ne abbiamo ridimensionato la centralità nella vita pubblica. Ne risultano ‘comunità fortezza’, intese nelle varie accezioni dei termini: settori della società che considerano se stessi fondamentalmente indipendenti dai funzionari pubblici e dal resto della società. Se ci si abitua a trattare unicamente o principalmente con agenzie private, nel tempo la relazione con il settore pubblico perde di cogenza e significato. Non importa che il privato faccia le stesse cose, meglio o peggio, a un costo maggiore o minore. In ogni caso, si finisce per perdere il senso di fedeltà alle istituzioni e di comunanza con gli altri cittadini”.
E’ un processo ben descritto da Margaret Thatcher in persona. “La società non esiste affatto”, ella scrive: “esistono solo individui, uomini e donne, e famiglie”.
Se non esiste la società, ma solo gli individui e uno stato che agisce da “guardiano notturno” (supervisionando da lontano attività alle quali non prende parte) che cosa ci tiene, e ci terrà, insieme? Abbiamo già accettato la formazione di polizie private, di servizi di posta privati, di agenzie private fornitrici dello stato in tempo di guerra e molto altro ancora. Abbiamo “privatizzato” esattamente quelle responsabilità che lo stato moderno aveva laboriosamente riunito sotto la propria cura nel corso del diciannovesimo e del ventesimo secolo, afferma sempre Judt.

La mia lettura di ciò che sta accadendo è quella di un rischio per la coesione sociale e per la qualità della democrazia. E’ questo l’effetto generale della distruzione del faticoso compromesso raggiunto in Europa dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale fra la tendenza instabile e potenzialmente sempre autodistruttiva del capitalismo e un modo di produzione statale, che, con tutti i suoi limiti, sottrae una parte della società alle febbri speculative. In questo senso, il compromesso “socialdemocratico” europeo, il “modello sociale europeo” e la stessa costruzione dell’UE, nonostante ovviamente non siano un’alternativa al capitalismo, sono l’unica eccezione rimasta in campo al dilagare della finanza globale. Ed è un’eccezione oramai vicina ad essere travolta, anche per la fondamentale incomprensione di buona parte della sinistra europea dei processi in atto (quando non si tratta piuttosto di corruzione più o meno mascherata dei partiti e dei sindacati “riformisti”).

Dunque la mia lettura della recente crisi globale (in Antologia della crisi globale) pone la questione della modifica strutturale dei rapporti di forza fra lavoro e capitale al centro della spiegazione di ciò che sta accadendo, e che trova nelle liberalizzazioni e privatizzazioni un elemento costitutivo. Solo una soggettività politica molto determinata potrebbe a questo punto invertire il processo.”

6. Abbiamo visto come la trojka, con inequivoche pressioni nei confronti dei paesi debitori, miri esplicitamente a smantellare lo Stato sociale; e come le parole stesse di Mario Draghi e, a suo tempo, dello stesso Andreatta, preannuncino questo esito come inevitabile. Certo, perchè strumentale a fiaccare definitivamente la forza lavoro, sottraendole risorse per resistere alla deflazione salariale.
Queste cose in questa sede sono state abbondantemente illustrate.
Ora, di fronte a un’alternativa tra il male maggiore, cioè il paradigma Von Hayek realizzato a colpi di autoritarismo UEM, e una forma di recupero delle libertà democratiche almeno accettabile, -e non vissuta in un’emergenza deliberatamente creata, cioè una perenne recessione da “austerità”, ridicolmente offerta come via alla crescita-, ancora una volta, l’unica realistica possibilità di attuazione passa per il “modello americano”. Piaccia o no.
Ma non il modello USA neo-classico e, in quella realtà, combattuto ormai dalla maggioranza: il modello che si sta affermando proprio come reazione ai 30 anni post-reaganiani. Quello che tenderà a rivedere, se uscirà vincitore dai suoi oppositori interni (come il new Deal negli anni ’30), la stessa logica antistatalista, la demonizzazione del welfare, che ridiscuterà la reintroduzione della c.d. “repressione finanziaria” e la riseparazione tra banche commerciali e merchant, che recupera il ruolo della banca centrale in funzione anticiclica. E non solo al servizio di Wall Street.
7. L’alternativa (mediatica), che verrà offerta, dagli stessi gruppi economici detentori del potere di fatto, come apparente contrapposizione dialettica, per indurre a moderare ogni nostalgia della originaria democrazia del ’48 -peraltro mai pienamente realizzata e sempre in bilico sull’orlo della rinuncia, fino all’abbandono sostanziale nascente dal divorzio tesoro-bankitalia-, sarà il “decrescismo felice”.
La via ipocrita e raffazzonata, proprio sul piano della più elementare evidenza economica, per riassorbire le frange di protesta derivanti dalla crescente emarginazione sociale e, al tempo stesso, per apparire “salvatori” di un modello esistenziale che non sia la negazione radicalizzata dei bisogni psicologici e relazionali da cui la personalità umana non può essere alienata; cioè ci verrà offerta la salvezza da una forma di integralismo autoritario mortificante la dimensione individuale e caratterizzato dalla immediata prospettiva di un totalitarismo, questa volta tecno-virtualizzato, non meno insidioso dello stalinismo. Di cui il decrescismo, nella nuova congiuntura storico-sociale del capitalismo, svolgerebbe il ruolo di polarizzazione su cui mediare per la salvezza comune.
8. Per questo mi sento di ribadire, pragmaticamente, nell’alternativa tra Europa-Von Hayek, dipinta lucidamente e “dati alla mano” da Florio, e irresponsabile antistatalismo decrescista e autoritario:
“Per compatibilità con l’ipotesi frattalica, aggiornata alla situazione mondiale attuale, direi che l’uscita da (questa) depressione-conflitto europeo sarà attuata seguendo il modello USA del momento. In questo sta l’analogia ripetitiva della Storia. Il tempo delle rivendicazioni di democrazia pluriclasse e della eguaglianza sostanziale è finito.
Quindi, è tanto più importante cogliere i segnali e l’evoluzione USA. Dalle nuove politiche Obamiane di sostegno alla ricerca e al reinsediamento manifatturiero, al moderato ritorno alla spesa sociale, al conflitto “finale” coi tea-party/Wall street, con la riedizione della repressione finanziaria e la riseparazione tra merchant e banche commerciali.
Più tost che nient l’è megl’ più tost.
L’alternativa è Cina=Europa (con meno prospettive).”

Luciano Barra Caracciolo, Orizzonte 48

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