DIRITTI UMANI: Gli immigrati anticipano il volto nuovo degli schiavi

Merkel ha dichiarato di aver bisogno di alcuni milioni di immigrati. Perché – chiedereste – se abbiamo milioni di disoccupati? La risposta è semplice. Gli europei sono educati al diritto, al welfare, a una giusta retribuzione e, invece, bisogna abbassare il costo del lavoro; parificarlo o, almeno, avvicinarlo a quello del resto del mondo e questo può avvenire soltanto facendo crollare la domanda di lavoro e operando, poi, con il ricatto occupazionale. E’ necessaria una precisazione sul capitolo sociale della legislazione europea che si sta, anzi, che ci stanno imponendo. Il Trattato di Lisbona, la cosiddetta decostituzione europea (il “de” sta a significare che costituzione non è), nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che lo compone a farne parte integrante e sostanziale, dedica al “Lavoro” il suo titolo X°.Tutto il capitolo sociale (Titolo X, appunto) del Trattato di Lisbona è misero, pure se ha voluto rappresentare un progresso rispetto ai precedenti (lavoro, salute, scioperi, tutele, leggi sociali, impiego…) e soffre di limitazioni e omissioni, mentre, al contrario, sono sanciti con forza i principi a favore del Libero Mercato e del mondo finanziario.

Siamo all’esatto opposto del principio lavoristico sancito dall’art. 1 della Costituzione italiana e, perciò stesso, violata.

Il Trattato favorirà il libero mercato rafforzando il valore speculativo della finanza a scapito del valore sociale. Ciò comporterà inevitabilmente un divario sempre più incolmabile tra classi ricche, che diventeranno ricchissime, e classi disagiate che diventeranno poverissime. Osservo che il posto del “diritto al lavoro” è stato preso dal “diritto alla libertà di commercio”. Pure tenendo presenti gli obbiettivi di politica sociale dell’Unione e degli Stati membri e i diritti sociali fondamentali di cui alla Carta sociale europea e alla Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, l’Unione metterà in atto misure che tengono conto DELLA NECESSITA’ DI MANTENERE LA COMPETITIVITA’ DELL’ECONOMIA DELL’UNIONE. Ciò significa che il libero mercato spazzerà via completamente gli aspetti sociali delle politiche nazionali sul lavoro. Ci avvieremo alla dittatura del capitalismo neoliberista. Anche in questo il Trattato si pone in contrasto con l’art.36 della nostra Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Se vogliamo, l’immigrazione non è solo funzionale a questo disegno, ma è necessaria e, allora, ha ragione la Merkel. Se vogliamo in qualche modo prefigurarci uno scenario già noto possiamo guardare al Brasile.
 Un’ultimo passaggio nel campo costituzionale: Il Trattato di Lisbona è stato votato dal Senato e dalla Camera dei Deputati all’unanimità.
Perché? Al posto del “diritto al lavoro” è stato inserito il “diritto alla libertà di commercio”. Ciò significa che stiamo retrocedendo dallo Stato Sociale allo Stato Liberale: un salto indietro di due secoli.

In Italia abbiamo già forme di schiavitù fra i rom, specialmente quella minorile, fra le mafie dell’Est, con la prostituzione, ma anche con il caporalato, che esiste al Sud, come al Nord e che miete le sue vittime nell’indifferenza – o quasi – generale. Il caporalato, infatti, è già una forma di “Schiavitù”. Combatterlo è un dovere: un primo passo, se si vuole dare un significato concreto alla parola “accoglienza”. Significa abbattere muri omertosi fatti di connivenza e opportunismo, di indifferenza o rassegnazione, per sensibilizzare e indirizzare le scelte verso una produzione agricola a sfruttamento zero, per un consumo etico“, ma per parlare di etica, occorre rifondare questo Stato. E’ opportuno, allora, approfondire il fenomeno della schiavitù, per acquisirne coscienza e parlare di immigrazione con più cognizione di causa. Vi lascio a un saggio di Eleonora Gallo.

schiavitù

“La schiavitù non appartiene solo alla storia. Dall’antica Roma all’Africa, la schiavitù persiste. Oggi con un volto nuovo. Donne e bambini sono i protagonisti. Di un fiorente mercato umano.
Eleonora Gallo
La parola “schiavitù” riporta alla memoria i libri di storia, quando si studiavano le rivolte degli schiavi, come quella guidata da Spartaco a Roma, o le navi dei trafficanti del 1500 che conducevano in America file interminabili di africani in catene. Gli schiavi erano considerati cose di proprietà di altre persone, oggetti e non soggetti di diritti. Oggi non è più così, ma gli schiavi esistono ancora. Già verso la fine del XVIII secolo alcuni Stati, come la Francia e il Regno Unito, si pronunciarono contro la tratta e la schiavitù, poi gradualmente queste posizioni isolate diventarono sempre più numerose, fino ad arrivare al 1980, anno in cui la Mauritania fu l’ultimo Stato ad abolire la schiavitù. Tuttavia la schiavitù, fenomeno molto antico, oggi è ancora così attuale da coinvolgere non più solamente gli Stati colonizzatori e le loro colonie, ma tutto il mondo e si è diffusa in modo talmente pericoloso che alcuni Stati (tra cui l’Italia) hanno sentito la necessità di intervenire con nuove leggi e nuovi strumenti di lotta, sia a livello nazionale che internazionale.

Persone usa e getta
Rispetto al passato, la schiavitù oggi è molto cambiata. Innanzitutto essa non è più riconosciuta dal diritto, e quindi il diritto di proprietà su una persona non può più essere rivendicato; di conseguenza, le forme di schiavitù sono tutte illegali. Gli schiavi di oggi, inoltre, hanno un bassissimo costo d’acquisto, sono schiavi “usa e getta”, perché questo mercato è alimentato dalla fortissima necessità di emigrare o di migliorare la propria condizione di vita; perciò gli sfruttatori “usano” queste persone finché sono giovani e forti e poi le abbandonano trovando molto facilmente “merce più fresca”. Pertanto il rapporto che si instaura oggi tra lo schiavista e lo schiavo ha

I minori stranieri in Italia
Sono quasi 6.500 i minori stranieri non accompagnati in Italia (al 30 dicembre 2005), secondo i dati del Comitato minori stranieri. Provengono per lo più da Romania, Marocco, Albania. Di questi minori, sempre più numerosi (l’Italia è insieme alla Spagna il Paese europeo con il più alto numero), una percentuale rilevante è in Italia senza un regolare titolo di soggiorno, nonostante non possano essere espulsi e abbiano dunque diritto al rilascio di un permesso di soggiorno. Inoltre moltissimi di questi minori, si allontanano immediatamente dalle comunità di accoglienza in cui vengono inseriti, tornando a vivere in condizioni assolutamente inadeguate: in case o fabbriche abbandonate o per strada. Non vanno a scuola, non accedono all’assistenza sanitaria e sono dunque esposti a varie forme di sfruttamento e devianza.
Dati tratti dal secondo Rapporto di Aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia.

Una durata molto breve.

Così allo schiavista non interessa nemmeno più spendere e investire per lo schiavo, come almeno accadeva in passato. Gli sfruttatori ricavano così profitti altissimi. Si stima, ad esempio, che la prostituzione sia la terza voce di guadagno per il crimine internazionale organizzato, dopo le armi e la droga. In Italia, secondo un calcolo approssimativo, il business della prostituzione delle donne immigrate si aggira sui 180 miliardi al mese.Un ultimo aspetto riguarda le differenze etniche. In passato la differenziazione razziale tra schiavista e schiavo era talmente importante che una minuscola differenza genetica – bastava avere un ottavo di sangue nero – significava schiavitù a vita. Attualmente, invece, non c’è più questa rigida differenziazione e la distinzione chiave nel mercato schiavistico è di ricchezza e potere, non di casta.

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Nuove mafie
La schiavitù oggi assume le forme più disparate. In Italia e nel resto d’Europa il tipo più diffuso è la tratta di persone per la prostituzione, ormai completamente in mano alla criminalità organizzata. Queste organizzazioni criminali, le “nuove mafie”, hanno creato una rete molto fitta che si intreccia con la mafia presente nel nostro Paese. Il compito della Polizia è molto arduo, ma lentamente si compie qualche passo avanti. Il 4 Febbraio 2006, infatti, gli agenti della squadra mobile di Crotone e del Servizio centrale operativo, dopo oltre un anno di indagini, sono riusciti a fermare una banda che gestiva i flussi di immigrati dalla Libia a Crotone; sono stati arrestati 31 africani e 2 donne bulgare. Un’associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sequestro di persona e favoreggiamento all’immigrazione clandestina; questi sono i reati contestati dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, che ha coordinato l’inchiesta. L’organizzazione pensava a ogni dettaglio. Dal viaggio verso le coste italiane alla destinazione finale, attraverso la fuga dai centri d’accoglienza. Un servizio che a ogni immigrato costava tra i 500 e i 700 dollari, o anche di più se veniva aiutato a scappare dal Centro di permanenza temporaneo (un supplemento di 300 dollari). E quando il clandestino o la sua famiglia non potevano pagare tutta la somma pattuita, la persona veniva ridotta in schiavitù. I metodi usati erano i più atroci e crudeli (stupro di donne e bambini, omicidio). Oggi in Italia le principali aree di provenienza delle ragazze vittime della tratta sono tre: Africa Sub-sahariana (Nigeria), Europa dell’Est (Albania, Romania, Moldavia e Ucraina), America Latina. Roma e Milano sono meta anche del traffico proveniente dall’area asiatica. La città di Venezia vanta un’esperienza senza precedenti nel campo del recupero di queste persone. Proprio grazie a un’équipe di operatori del Comune negli anni Novanta è iniziato un progetto che aveva lo scopo di assicurare protezione alle ragazze che volevano uscire dallo sfruttamento. Dopo le iniziali difficoltà, questo si è dimostrato subito un metodo vincente, che è stato diffuso gradualmente in tutta Italia e anche all’estero. Finalmente nel 1998, con l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 286, questo metodo è stato riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico: l’art. 18 prevede il rilascio da parte del questore di un permesso di soggiorno temporaneo per tutte le vittime dello sfruttamento che vogliano riscattarsi e integrarsi nella società, indipendentemente da una loro denuncia e collaborazione con l’autorità giudiziaria.

Schiavi del terzo millennio
Gli schiavi del terzo millennio sono 27 milioni. Gli uomini sono destinati al mercato del lavoro forzato; le donne, oltre alla prostituzione, sono sfruttate come schiave domestiche all’interno delle case di persone insospettabili. I bambini, gli esseri umani più indifesi, sono sfruttati in molti modi diversi. In Italia soprattutto con la pratica dei bambini argati (dal macedone “proprio suo”) che riguarda i bambini provenienti dalla ex- Jugoslavia e dai Paesi vicini. Questi, venduti dai genitori, diventano di proprietà di un estraneo che li “addestra” a commettere reati, come furti e borseggi, non essendo perseguibili per legge i minori di 14 anni. Inoltre i bambini sono “usati” nell’accattonaggio, nel traffico degli stupefacenti, nel traffico d’organi e le bambine sono costrette alla mutilazione genitale, con metodi cruenti e pericolosi, rischiando la vita (anche in Italia tra gli immigrati i casi sono molto diffusi). Ma non è finita: in tutti i Paesi dove esistono eventi bellici, i bambini sono rapiti e costretti a combattere in conflitti di cui non conoscono nemmeno la ragione (se mai la guerra ne avesse una), trattati come schiavi dai loro superiori, drogati per poter sopportare le esperienze traumatiche che sono costretti a vivere. Queste forme di schiavitù sono sempre state molto difficili da dimostrare nei processi, perché il concetto di schiavitù è rimasto troppo impreciso e generico per molto tempo. In Italia, grazie alla riforma degli articoli del Codice penale sui reati di riduzione in schiavitù (articoli 600, 601, 602) introdotta dalla Legge 11 Agosto 2003, n. 228, questo concetto è stato precisato. Oggi dunque include anche la costrizione a prestazioni lavorative e sessuali, l’accattonaggio e altre forme di sfruttamento. La pena prevista va da otto a vent’anni di reclusione (e non più da cinque a quindici). C’è, dunque, una maggior tutela per le vittime. Oggi, a quasi tre anni dall’entrata in vigore della legge, i casi puniti come reati di riduzione in schiavitù sono aumentati, soprattutto per quanto riguarda l’accattonaggio e il lavoro forzato: nel dicembre 2005 la Cassazione ha condannato per questo reato due uomini che avevano costretto all’accattonaggio due minori handicappati; nel mese di luglio di quest’anno a Napoli una banda di olandesi è stata arrestata con l’accusa di riduzione in schiavitù ai danni di persone costrette a lavorare come braccianti. Negli ultimi mesi, notizie di questo genere sono sempre più frequenti. Anche le situazioni di prostituzione forzata sono maggiormente denunciate, tuttavia difficilmente sono punite come reati di schiavitù. In questi casi il reato di sfruttamento della prostituzione, punito con pena più lieve, rimane più facile da dimostrare. L’Italia si è dotata di strumenti fondamentali nella lotta contro la schiavitù. Anche altri Stati europei si stanno impegnando, ma ci sono ancora molte differenze tra i metodi utilizzati. La schiavitù però è un problema che va ben oltre i confini nazionali e la lotta contro di essa rischia di essere inefficace se non si riuscirà a raggiungere un’azione comune e omogenea tra tutti gli Stati europei ed extraeuropei.”

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da MOSAICO DI PACE, Fonte: Terre de hommes Italia, http://www.tdhitaly.org

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4 pensieri su “DIRITTI UMANI: Gli immigrati anticipano il volto nuovo degli schiavi

  1. Meilleure réponse:
    Purtroppo si conosce ancora ben poco di questo argomento e la maggior parte della gente pensa che la schiavitù sia finita con la caduta dell’ impero romano. la schiavitù è invece durata fino a meno di due secoli fa: vi erano cristiano-europei schiavi nel mondo islamico, musulmani (arabo-berberi, turchi, slavi ed altri) nel mondo europeo, negri africani e altri da una parte e dall’altra, e se facciamo un calcolo per l’intero periodo 1450-1850 «si arriva, con verosimile sorpresa e probabile incredulità di molti, a un totale da 4 milioni e mezzo a nove milioni di individui coinvolti».
    in Italia per tutto il XIX secolo ci sono stati pirati e corsari che sono arrivati anche a tentare di rapire il papa a Roma; le torri di avvistamento lungo tutto il tirreno e nell’adriatico fino ad Ancona servivano allo scopo di avvistare prima dell’arrivo questi temibili guerrieri a caccia di grano, olio e di uomini da vendere al mercato di Tunisi. In Italia, come in Francia, in Spagna vi erano gruppi di volontari e religiosi che si dedicavano al riscatto degli schiavi.

    maggiori info nelle fonti che vi suggerisco.
    Source(s) :
    dello strologo s, storia della schiavitù, mi 1973
    malowist m, la schiavitù nel medioevo e nell’età moderna, na. 1987
    miller j.c. slavery, new york 1993
    schiavitù acura di g.fiume, 2001

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  2. Sfruttati. Picchiati. Abbandonati quando si feriscono sul lavoro. E adesso il reato di clandestinità gli impedisce di denunciare gli aguzzini. Viaggio tra gli immigrati un anno dopo Rosarno
    (17 dicembre 2010)
    Quello che il 17 settembre 2010 Kofi ha imparato sulla sua carne è che se fosse un cane, in Italia vivrebbe meglio. La legge, infatti, punisce severamente il maltrattamento e l’abbandono di animali: fino a un anno di reclusione e 15 mila euro di multa. Una legge fatta aggiornare nel 2004 da Alleanza nazionale. Ma Kofi, 24 anni, è un ragazzo nato in Ghana e un’altra legge, votata nel 2009 dalla stessa maggioranza al governo, gli impedisce di portare davanti a un giudice le ferite che ha subito. Perché, prima di tutto, verrebbe condannato lui. Fino a quattro anni di carcere, come immigrato irregolare. È il codice trasformato in roulette: un anno a chi ferisce un cane, quattro allo straniero ferito.

    Alla faccia della legalità. Dodici mesi dopo la rivolta di Rosarno, il favore del governo all’economia sommersa è totale. Il reato di clandestinità votato l’anno scorso con il Pacchetto sicurezza impedisce di denunciare e perseguire perfino gli incidenti sul lavoro. Soprattutto dove è massiccio lo sfruttamento di immigrati diventati irregolari per non avere ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato o per avere perso il contratto regolare come effetto della crisi. Di fronte alla prospettiva del carcere, obbligatoria per legge, i feriti tengono per sé il dolore, le minacce, le botte. Eppure, secondo il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, del Lavoro, Maurizio Sacconi, e della Difesa, Ignazio La Russa, le nuove misure contro gli stranieri restano efficaci.

    Bisogna addentrarsi nell’inferno di campi e industrie tra le province di Napoli e Caserta per capire: Aversa, Giugliano, Castel Volturno, Casal di Principe, Mondragone. Da queste parti poche settimane fa un ragazzo che chiedeva gli stipendi arretrati è stato immobilizzato e sodomizzato con un bastone dai suoi datori di lavoro: “Noi l’abbiamo saputo dai suoi amici. Ha troppa paura, non farà nessuna denuncia”, dice padre Antonio Bonato, responsabile della missione dei comboniani a Castel Volturno. Da qui vengono le braccia invisibili che riempiono di frutta e verdura, anche d’inverno, gli scaffali di gran parte dei supermercati italiani. Da qui erano partiti i braccianti che un anno fa si sono ribellati in Calabria dopo che alcuni di loro erano stati presi a fucilate per gioco. E qui sono ritornati, ammassati a migliaia nei ghetti di Pascopagano e Destra Volturno, sconfitti dall’indifferenza e da una politica nazionale che sta premiando i metodi camorristi. Tanto che dall’agricoltura, lo sfruttamento in condizioni di schiavitù si sta trasferendo all’industria e al commercio. Preclusa dalla legge la via giudiziaria alla difesa dei propri diritti di uomini, non resta che attendere la prossima scintilla, la prossima rabbia.

    Il 17 settembre 2010 Kofi è al lavoro in una falegnameria a Caivano. Il suo è tra le centinaia di casi raccolti dallo sportello immigrazione dell’associazione Ex Canapificio di Caserta. Storie quotidiane di violenza e razzismo che, da quando è entrato in vigore il reato di clandestinità, non hanno più sbocco nelle aule di giustizia. “Sono così abituati a essere maltrattati”, racconta Mimma D’Amico, tra le responsabili del progetto, “che nemmeno riconoscono i confini dei loro diritti. E non è vero che queste persone possono chiedere il permesso come vittime di reati: l’articolo 18 della legge sull’immigrazione, per loro, non è mai stato riconosciuto”.
    Kofi si fa male al suo secondo giorno di lavoro. Il suo braccio finisce sulla lama di una séga circolare: “Perdevo molto sangue”, ricorda, “un altro operaio mi ha accompagnato in bagno, mi ha disinfettato la ferita e mi ha mandato a casa dicendomi di ritornare non appena fossi guarito. Sono andato da solo al pronto soccorso di Afragola. L’infermiere, vedendo che il braccio era già fasciato, mi ha rimandato alla Asl e lì mi hanno dato dei medicinali senza nemmeno visitarmi”. Sul referto di Kofi, spiega Mimma D’Amico, hanno scritto “incidente domestico”. Il ragazzo è rimasto invalido, ha forti dolori. Ma non ha ottenuto lo status di rifugiato e non potrà mai chiedere giustizia….
    Source(s) :
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  3. IMMIGRAZIONE E DIRITTI UMANI
    Nel tempo della comunicazione globale, in cui tutto si conosce mentre accade, vi sono immagini che rimangono scolpite nell’immaginario collettivo per la loro capacità di raccontare un fenomeno inedito e mai visto nella storia, almeno non in queste proporzioni e misure, come quello della immigrazione di massa.

    La prima immagine, pubblicata nei giorni scorsi sulle principali testate giornalistiche del mondo, ritrae un uomo che si è rannicchiato e nascosto nel vano motore di una autovettura, a Ceuta enclave spagnola nel Marocco, nel nord Africa ai confini tra il territorio Marocchino e la regione Spagnola di Melilla, nel tentativo di oltrepassare la frontiera e entrare nel modo libero, alla ricerca di libertà e benessere. La seconda immagine, non meno significativa e didascalica, raffigura uomini in preda alla agitazione e dai volti atteggiati a paura e timore, fermi nella stazione di Budapest, che evoca l’impero austroungarico multietnico per la sua composizione che riuniva popoli diversi, mentre mostrano ai gendarmi ungheresi il biglietto ferroviario acquistato, per raggiungere la Germania e dai quali paventano di essere fermati e trattenuti.

    Queste due immagini, più di tante analisi geopolitiche e di carattere generale, dimostrano che la comunità europea e quella internazionale si trovano a fronteggiare la sfida rappresentata dal fenomeno migratorio, che è destinato ad assumere forme e dimensioni mai viste in precedenza ed in passato. Si è detto giustamente che questa novità così rilevante, che spiega la dimensione che possiede il fenomeno migratorio nel nostro tempo, è legata in modo evidente con la globalizzazione economica e con la facilità con cui avvengono sia i movimenti delle persone e sia la circolazione delle merci e dei capitali. Un primo effetto di grande rilevanza la sfida della immigrazione lo ha prodotto nella politica Europea.

    La Cancelliere Angela Maerkel ha dovuto riconoscere che lo spirito Europeo, fondato sui valori umanitari e sui diritti umani universali, impone al suo Paese ed ai membri della U.E. di riconoscere il diritto di asilo a chi si trovi nelle condizioni di essere un rifugiato politico, poiché fugge da un Paese in guerra e in cui è minacciato e messo in discussione il diritto alla vita. Questa posizione della Merkel, per i più avveduti commentatori di politica internazionale, costituisce una svolta fondamentale, giacché si ha una metamorfosi del ruolo geopolitico della Germania dentro l’Europa, da potenza economica che imponeva fino a ieri l’ortodossia della austerità economica, a Paese che si candida a esercitare la leaderschip morale nel vecchio continente, per fronteggiare la emergenza umana legata al fenomeno inedito e complesso della immigrazione.

    Oramai è evidente che vi è la necessità di assicurare una politica Europea univoca e condivisa dai Paesi della Unione Europea per gestire questo fenomeno epocale e destinato a ripresentarsi e riproporsi ancora nei prossimi decenni e anni, sia perché vi sono dislivelli demografici evidenti e notevoli tra il Nord e il Sud del mondo, sia perché i tassi di natalità sono diversi nei paesi ricchi e avanzati del vecchio continente, dove si fanno sempre meno figli, e quelli dei Paesi in via di sviluppo, dai quali gli immigrati sono costretti a fuggire per la povertà diffusa. Occorre tenere presente alcuni dati, che spesso vengono colpevolmente ignorati, dando luogo a interpretazioni errate del fenomeno della immigrazione, come quello che nel nostro tempo vi sono sia i migranti che provengono dall’Africa Sub-Sahariana, in cui si trovano Paesi come il Ciad, la Somalia, la Nigeria, il Sudan, paesi dove i migranti fuggono dalla miseria e non solo dai conflitti bellici, e quelli che invece sono costretti a lasciare i loro paesi di origine per la guerra permanente in cui sono precipitati, il Medio Oriente, la Siria, i Balcani.

    Di fronte alla sfida rappresentata dal fenomeno migratorio in Europa stanno emergendo posizioni politiche e atteggiamenti culturali diversi e fra di loro inconciliabili. Il premier Ungherese Orban, ed altri Paesi collocati nei Balcani, si mostrano riluttanti ad attuare una politica di accoglienza verso gli immigrati, tanto che in Ungheria ai confini con la Serbi, e precisamente nella regione della Vojvodina, sta per essere edificato ed eretto un muro, per impedire l’ingresso agli stranieri alla ricerca del diritto di asilo. Ciò significa, e questo fatto non ha soltanto un valore simbolico, che in Europa, a distanza dalla caduta del muro di Berlino avvenuta nel 1989, che sembrava destinato a riunire il vecchio continente, la sfida migratoria provoca divisioni e la necessità di tracciare nuovi confini politici.

    Questo fatto si spiega con la presenza del fattore della paura, che può creare un contesto politico nel quale verrà offuscato e indeboliti lo spirito Europeo, fondato sui diritti umani universali fin dall’epoca della rivoluzione Francese, il quale, come ha ammesso Angela Merkel, impone di riconoscere il diritto d’asilo a chi ne possieda i requisiti prescritti dal diritto internazionale. Tuttavia, e su questo punto è stata ammirevole per nettezza e chiarezza la posizione sostenuta dal nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, un diritto d’asilo Europeo sul piano giuridico ancora non esiste. Le stesse norme di Dublino, che disciplinano questa delicata materia, prevedono che sia il Paese in cui giunge il migrante a decidere se accordare o meno il diritto di Asilo, a discrezione, di conseguenza, di ogni singolo paese della U.E..

    Pertanto, pur tracciando una netta linea di demarcazione tra quanti richiedono il diritto d’asilo, per ché fuggono da Paesi in preda alla violenza bellica, e quanti invece sono spinti ad abbandonare la propria patria per ragioni di ordine economico, il diritto d’asilo Europeo dovrà essere riconosciuto e disciplinato da una nuova normativa comunitaria. Allo stato ogni Paese, rispetto alla concessione del diritto d’asilo a coloro che lo richiedono, si muove in modo autonomo e a propria discrezione. Occorre tenere presente che negli ultimi anni è cresciuto il numero delle persone che fuggono dalla guerra: erano 43,7 milioni nel 2010, sono diventate 59,5 milioni nel 2015.

    E’ cresciuto anche il numero delle persone in fuga ogni giorno, attualmente calcolato in 42.500 persone. Certo, se si vuole porre un argine al fenomeno biblico e epocale della immigrazione, come Papa Francesco non si stanca di ripetere, e come farà, secondo alcune previsioni trapelate negli ambienti vaticani, nei prossimi giorni, quando parlerà di fronte al Congresso degli Usa e nella sede dell’Onu, occorre creare condizioni di sviluppo economico e tecnologico nel Paesi in via di sviluppo, sicché il diritto ad una vita libera, serena e dignitosa sia riconosciuto laddove nel nostro tempo vi è soltanto miseria e una condizione di guerra permanente.

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