LA SCOMMESSA DI PUTIN E LA GUERRA COMMERCIALE

Non si è mai vista una situazione di tal ribollire nella politica mondiale che non abbia condotto ad un conflitto su vasta scala. I principali attori coinvolti sono: Stati Uniti, Russia e Cina e, quindi, la politica USA verso l’asservimento dei popoli europei e del “Chi non è allineato è una minaccia”, la conseguente guerra commerciale tra Mosca e l’occidente e, non ultima assolutamente, la penetrazione della Cina in Africa, in Medio Oriente e verso i mercati europei. La finanza mondiale è alla ricerca di continui nuovi equilibri, nell’ottica di un nuovo bipolarismo che possa fronteggiare la crisi nel dominio del dollaro. Ogni potenza cerca di garantirsi un accesso più diretto ai mercati e alle risorse energetiche del Medio Oriente e dell’Africa. La situazione che ne deriva coinvolge Brasile, India e, quindi, tutto il BRICS, l’Asia centrale, la Turchia, il mondo musulmano,  dove le politiche si incontrano e si scontrano con effetti sull’assetto politico-finanziario di tutto il pianeta. Riflettendo, l’immigrazione è solo uno degli effetti dello sfruttamento intensivo delle risorse in tutto il 10° parallelo. L’Unione Europea, per i motivi accennati è al centro o partecipe di questa competizione. Ecco a Voi Gabriele Crescente, giornalista di fama Internazionale con:

LA SCOMMESSA DI PUTIN

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La temuta escalation del conflitto nell’est dell’Ucraina in uno scontro aperto tra Nato e Russia non sembra ancora sul punto di concretizzarsi, ma la guerra commerciale tra Mosca e l’occidente si aggrava a vista d’occhio e potrebbe avere conseguenze ancora più profonde e durature.

In risposta alle misure restrittive annunciate il 30 luglio da Unione europea e Stati Uniti, il 6 agosto Mosca ha deciso di bloccare le importazioni di prodotti agroalimentari dai paesi che hanno adottato sanzioni contro la Russia. Si tratta di un provvedimento ben più grave delle sanzioni mirate e delle rappresaglie più o meno simboliche messe in campo finora, che fa precipitare i rapporti tra Russia e occidente ai livelli più bassi dalla fine della guerra fredda, e che sarà probabilmente seguito da una risposta.

Per Putin è una scommessa molto rischiosa. Data l’impossibilità di fare marcia indietro in Ucraina, a causa della priorità geostrategica che il suo establishment attribuisce al mantenimento del paese al di fuori della sfera d’influenza della Nato e delle aspettative generate nell’opinione pubblica russa dall’annessione della Crimea, si tratta probabilmente dell’opzione più sicura, almeno a confronto di un intervento diretto delle truppe russe.

Ma le conseguenze per la stabilità della Russia potrebbero essere pesanti. Oltre agli effetti delle sanzioni occidentali, che per ammissione di Mosca potrebbero far cadere in recessione l’economia russa nel giro di tre anni, sostituire le importazioni dall’Unione europea con altri fornitori e con l’aumento della produzione interna farà schizzare l’inflazione oltre il già notevole tasso attuale del 7,9 per cento.

Probabilmente Putin spera che i paesi dell’Unione europea cedano per primi. Molti governi europei erano decisamente riluttanti all’inasprimento delle sanzioni e si sono fatti convincere solo dopo l’abbattimento del volo Mh17. Il blocco delle importazioni russe, che rappresentano il dieci per cento delle esportazioni agroalimentari dell’Ue e un valore totale di 12 miliardi di euro all’anno, sarà un duro colpo per i paesi Ue ancora alle prese con gli effetti della crisi dell’euro.

In una situazione di crisi prolungata la Russia, con il suo modello economico ancora legato al passato sovietico, potrebbe rivelarsi più resiliente. Secondo la Brookings Institution l’economia russa è come uno scarafaggio: “rozza e primitiva sotto molti aspetti, ma capace di sopravvivere nelle condizioni più varie e difficili”. Inoltre la democrazia autoritaria di Mosca potrebbe avere meno difficoltà a gestire le ripercussioni rispetto a un sistema europeo in piena crisi di rappresentatività e coesione.

L’impatto della guerra commerciale non sarà ripartito equamente tra i vari settori della società: a essere colpite saranno soprattutto le elite urbane cosmopolite i cui redditi sono più legati ai rapporti con l’estero, all’interno delle quali Putin conta ben pochi sostenitori. I principali serbatoi di elettori del suo partito Russia unita si trovano invece tra i pensionati e i dipendenti pubblici e delle aziende legate allo stato, che continueranno a essere pagati grazie ai proventi delle esportazioni di gas e petrolio, esentate dalle sanzioni occidentali.

Partita globale. Ma la partita tra Russia e occidente non riguarda solo i due attori principali. La scelta di Mosca di ricorrere proprio al blocco delle importazioni agroalimentari deve essere valutata soprattutto alla luce del contesto internazionale. A differenza dei prodotti ad alta tecnologia, per i quali la Russia non ha alternative rispetto ai fornitori europei e americani, la carne e i prodotti agricoli possono essere facilmente reperiti sui mercati dei paesi esterni alla Nato.

Subito dopo l’annuncio del blocco, il governo russo ha raddoppiato il numero di esportatori agroalimentari brasiliani autorizzati ad accedere al mercato russo. La misura sembra dettata dalla necessità di sostituire le importazioni europee, ma in realtà è la conseguenza diretta degli accordi firmati da Putin durante la sua visita in Brasile a luglio. Il Brasile è già il principale esportatore di carne in Russia, e la sua quota di mercato è destinata a salire se la crisi non si risolverà.

Il Brasile non è l’unica economia emergente che sta guadagnando dal conflitto in Ucraina orientale. Recentemente la Cina è riuscita a ottenere la firma a condizioni favorevoli di un accordo a lungo termine da 400 miliardi di dollari per la fornitura di gas russo, bloccata da anni a causa delle dispute sul prezzo.

A metà luglio, mentre il governo ucraino intensificava la sua offensiva militare nelle regioni orientali, i paesi del gruppo Brics (Brasile, India, Cina, Russia e Sudafrica) annunciavano al vertice di Fortaleza la creazione di una banca d’investimento che nelle intenzioni dovrebbe porsi come un’alternativa alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale, due istituzioni dominate dall’occidente e dai suoi alleati. Per la Russia, che si è vista limitare l’accesso alle banche occidentali nel quadro delle sanzioni, potrebbe essere una parziale soluzione per evitare che il peso dei finanziamenti mancati ricada interamente sulle casse dello stato.

In generale, l’allontanamento di Mosca dall’occidente comporterà per forza di cose un suo ulteriore avvicinamento al gruppo dei Brics. La svolta potrebbe non essere conveniente dal punto di vista economico, ma per Putin potrebbe esserlo da quello politico. Più che la condizione di economie emergenti, che non si può certo applicare alla Russia, il vero collante del gruppo dei Brics è l’opposizione al predominio degli Stati Uniti e dei loro alleati e all’ingerenza di questi nella loro sfera di interessi.

Per la Russia, che non può contare sulla leva economica, tenere testa all’occidente e porsi idealmente alla guida di questo schieramento sul piano diplomatico, militare e soprattutto simbolico può rappresentare l’unico modo di recuperare quello status di potenza a cui il suo establishment guarda con nostalgia dalla fine dell’Unione Sovietica, ancorandosi allo stesso tempo alle economie che saranno responsabili di gran parte della crescita globale nei prossimi anni.

A questo gruppo potrebbe aggiungersi anche l’Iran, se l’eventuale fallimento degli accordi per la fine delle sanzioni occidentali contro il suo programma nucleare dovesse spingere Mosca e Teheran ad ampliare l’accordo “oil for goods” che consentirebbe all’industria petrolifera iraniana di accedere ai mercati attraverso la rete di distribuzione russa.

Strani amici. Il “blocco” che si verrebbe a creare sarebbe estremamente eterogeneo e instabile, data la differenza tra gli interessi dei suoi componenti, e non avrebbe nessuna somiglianza con il blocco comunista della guerra fredda. Piuttosto assomiglierebbe a un nuovo blocco dei paesi non allineati, ma con un peso economico e strategico immensamente superiore. Molto dipenderà dalle scelte della Cina, il vero leader dei Brics, che finora è stata riluttante ad assumere un ruolo guida e sembra preferire avere dei contrappesi per limitare i timori sulle sue velleità egemoniche.

A prescindere dagli sviluppi della crisi in Ucraina, l’emergere di un consenso internazionale contro il predominio del dollaro e l’eccessivo peso dei paesi occidentali nelle istituzioni internazionali è un processo già in atto e difficilmente reversibile. La drammatica svolta di Mosca, però, potrebbe accelerarlo e influenzarlo in modo determinante.

La decisione dell’Unione europea di ricorrere all’Organizzazione mondiale del commercio contro il blocco delle importazioni suona meno minacciosa alla luce della lunga paralisi e della progressiva eclissi di questa istituzione. La risposta europea consisterà probabilmente nell’accelerare la ratifica del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) con gli Stati Uniti, superando le resistenze di alcuni settori economici e sociali e accettando condizioni meno convenienti di quanto desiderato.

Da una parte e dall’altra, insomma, considerazioni di ordine politico tornano ad avere la meglio sul libero mercato. La crisi dell’ideologia liberista che ha dominato dalla fine della guerra fredda non potrebbe essere più evidente. E il nuovo ordine multilaterale che sta prendendo il suo posto potrebbe almeno in questa fase configurarsi come uno strano sistema bipolare.

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