L’EURO NON E’ UNA MONETA MA SOLO UN ACCORDO DI CAMBI FISSI!

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Rinaldi
E’ ormai luogo comune ritenere che l’EURO sia una valuta a tutti gli effetti come lo possa essere il dollaro statunitense, la sterlina inglese o lo yen giapponese, e la possibilità di poterlo utilizzare materialmente perché ce lo ritroviamo in tasca, supporta ancora di più questo errato convincimento.
L’ECU (Unità di Conto Europea), ad esempio, nonostante fosse essenzialmente il nome adottato dall’euro prima della determinazione dei cambi irrevocabili del 1999, era solamente una valuta “virtuale”, cioè unicamente negoziabile in transazioni finanziarie e accreditabile esclusivamente con metodi contabili. Chi non ricorda la possibilità di poter acquistare titoli emessi in quella valuta e, ahimè, anche contrarre mutui nella metà degli anni novanta?
L’ECU nacque infatti dalla creazione di un paniere di tutte le valute europee partecipanti al progetto dell’aggregazione monetaria e il suo andamento sui mercati era determinato autonomamente, ma in ogni caso comunque condizionato dalle oscillazioni delle valute che lo componevano, equivalente a una sorta di Fondo chiuso quotato sui mercati regolamentati le cui oscillazioni vengono influenzate anche dall’andamento dei titoli che ne fanno parte.
Nel momento nel quale vennero determinati i famosi rapporti di cambio irrevocabili nella riunione dell’ECOFIN del 30 dicembre del 1998 fra le valute ammesse all’euro, cessarono le oscillazioni fra le valute nazionali, tranne naturalmente la sterlina inglese e la corona danese che si chiamarono fuori esercitando la famosa opzione dell’opting-out.
Vale la pena ricordare che i tedeschi imposero il cambiamento del nome ECU in EURO, non tanto per una vaga pronuncia francesizzante che avrebbe “irritato” il fiero popolo tedesco che stava diventando “orfano” del loro amatissimo Marco, simbolo del riscatto dopo due guerre perse malamente, ma per una assonanza non felice che si sarebbe creata con la loro lingua, in quanto la pronuncia “ein ecu” (un ecu), sarebbe stata troppo assimilabile a “una vacca”!
In compenso noi non siamo neanche riusciti ad imporre le banconote da 1 e 2 euro che avrebbero almeno in parte mitigato la nostra atavica propensione ad attribuire alla cartamoneta un valore visivo superiore alle monete metalliche, relegate invece da sempre al concetto di “spicci”.
In ogni modo il primo gennaio del 1999, ci siamo ritrovati come moneta sempre le lire, ma con ormai il tasso di cambio fisso fra le altre valute europee a valori di concambio prestabiliti e non più modificabili nel tempo.
Questo status è durato per tre anni, cioè fino al primo gennaio del 2002, quando furono materialmente immesse in circolazione le banconote e le monete dell’euro, terminando il periodo di convivenza delle varie monete, de facto comunque divenute già euro, per la fissazione dei concambi a valori fissi e irrevocabili nel tempo.
Teoricamente ciascun paese avrebbe potuto continuare a usare le proprie banconote, ormai legate fra di loro da rapporti di cambi fissi irrevocabili, ma gli accordi prevedevano anche la loro sostituzione fisica con una moneta materiale comune che evitasse la tentazione del ritorno alla fluttuazione che qualche paese avrebbe potuto invocare successivamente… Praticamente una evoluzione dell’accordo SME ma “blindato”, cioè senza possibilità di modificare i rapporti di cambio ne tanto meno eventuali bande di oscillazioni e soprattutto “sine die” con l’aggiunta (poi rivelatasi essere il vero cappio al collo!) di rinunciare alla determinazione delle rispettive politiche economiche ad esclusivo appannaggio della UE. Per chi non l’avesse ancora capito (chi ci sgoverna ormai l’ha capito!) siamo esattamente nella stessa situazione in cui si trovò l’Argentina quando agganciò il suo peso al cambio fisso con il dollaro, con l’aggravante che ora noi non possiamo svincolarci e che dobbiamo eseguire fedelmente politiche di bilancio e fiscali scritte a Bruxelles e Francoforte (previo visto di Berlino).
A supporto della tesi dell’euro sia una valuta sui generis, derivante cioè dall’evoluzione dei precedenti accordi di cambi, vi è la considerazione che continuano a esserci ancora diversi livelli di tassi, uno per ciascuna precedente valuta, inconcepibile e incompatibile con una vera e effettiva moneta. Lo stesso meccanismo del QE concepito dalla BCE come ultimo tentativo di stimolo monetario per far uscire gran parte del Continente europeo dalla deflazione, ha ribadito che gli Stati eurodotati ancora devono fare la loro parte come se fossero ancora con le proprie valute visto che le rispettive Banche Centrali sono chiamate ad assumersi gli eventuali rischi nella misura dell’80%. Ma allora che moneta comune è? Part-time?
Infatti che senso ha avere la stessa formale divisa se poi si accetta di farla convivere con tassi d’interesse così ampiamente diversi che diversificano e catalogano ogni paese membro, facendo coesistere nei fatti nella stessa aggregazione un euro di serie A, detenuto dalla Germania, e tanti euro di serie B o di serie C in relazione al tasso d’interesse espresso da ciascun paese? Un modo per affermare che in questa area valutaria anomala, non certo ottimale, la valuta non si conta ma si pesa!
Del pari francamente non si capisce come si possa aver dato sufficientemente credito a quei report redatti da blasonate società internazionali di consulenza, sostenute anche da Istituzioni nazionali, che sostenevano convinti che il corretto differenziale fra gli omologhi titoli decennali pubblici italiani e tedeschi sarebbe dovuto essere di 200 punti base, certificando palesemente che l’euro non è realmente una vera moneta a tutti gli effetti, perché altrimenti il suo corretto differenziale sarebbe dovuto essere tendenzialmente pari allo zero!
E’ in questione uno dei punti cruciali di distorsione che non è stato sufficientemente chiarito all’opinione pubblica dalla maggior parte dei nostri “bravi” politici e tecnici che non l’avevano a monte percepito perfettamente neanche loro. E’ evidente che il citato differenziale esiste e continuerà sempre ad esistere, perché i fondamentali macro delle economie sottostanti rimangono comunque diverse e non supportate da nessuna unione politica e fiscale.
Anzi questa pseudo moneta, che lascia la gestione dei debiti pubblici ai rispettivi paesi, essendo stati quest’ultimi privati di qualsiasi tipo di Sovranità monetaria, determinando che l’indebitamento sia contratto in valuta estera, sta sempre più assumendo un ruolo d’imporre metodi di governo estraniando i rispettivi Parlamenti da qualsiasi potere decisionale.
Se aggiungiamo poi che la governance di questa moneta è affidata alla Troika che si avvale di personaggi non eletti, il modello di democrazia che ne scaturisce è più assimilabile a quello praticato nel Medioevo che a quello auspicabile per il XXI secolo.
Insomma tutto l’impianto su cui si fonda l’euro si è dunque rivelato essere un accordo di cambi fissi mascherato, il cui accesso e permanenza è subordinato al rispetto nel tempo di parametri di convergenza che via via sono divenuti più stringenti essendo supportati sempre più da regole dettate pressantemente e in modo arrogante dalla Germania nell’esclusivo perseguimento dei propri interessi con l’introduzione di meccanismi automatici sempre più vincolanti.
In parole semplici, quando furono fissati i valori di concambio irrevocabili fra le valute dei paesi aderenti alla fase finale dell’unione monetaria, noi non abbiamo fatto altro che vincolarci a rapporti fissi di cambio e non più fluttuanti senza la possibilità di poter perseguire in modo autonomo la nostra politica monetaria scaturita dalla nostra politica economica tarata per la nostra economia.
Quel 1936,27 significava infatti che il marco per sempre e irrevocabilmente si sarebbe rapportato con noi a 989,999 lire, essendo il loro concambio con l’euro a 1,95583 per un marco (989,999 x 1,985583 = 1936,27) senza possibilità di intraprendere autonome politiche economiche.
Perciò l’Italia è morta!
Grazie Amato, Prodi, Ciampi e a tutti quei “furbi” che ancora battono le mani strillando “lo vuole l’Europa”!
Antonio Maria Rinaldi

CDw9qzzVAAETe9J

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